All’ultimo respiro

Il Chievo più brutto all’ultimo respiro, un punto nel sacco e per stavolta - una volta tanto - va bene, benissimo così. Finisce in parità l’ultima sfida dell’anno solare, nella ghiacciaia del Bentegodi, tra i gialloblù - in versione inaspettatamente dimessa - e il Venezia. Apparso invece tosto, tonico e organizzato, castigato su una delle pochissime sfasature emerse. L’eroe (si fa per dire) che spunta dalla nebbia - a lungo dominatrice - ha le fattezze robuste di Guillaume Gigliotti, a sua volta e fino a quel momento copia vagamente sbiadita del difensore tutto sostanza e zero concessioni ammirato per un terzo di campionato. Ma questo è il calcio. Materia spesso indecifrabile per quanto ci si sforzi di codificarla. E questo, evidentemente, è anche il Chievo, premiato per la prima volta da settembre in qua senza aver collezionato particolari meriti. Troppo confusa la squadra di Aglietti per assomigliare a quella vera. Confusa e inespressa, sul piano delle idee e sul piano nervoso. Volenterosa senza particolare costrutto, nuda un paio di volte, quasi all’improvviso, in zona Semper e non propriamente irresistibile davanti. Qualcosa, nella testa dei ragazzi della Diga, dev’essersi probabilmente inceppato sul raid vincente di Forte, dopo una decina di minuti appena, che ha orientato nel modo sbagliato la serata. Il lancio lungo di Ferrarini a tagliare fuori la linea difensiva gialloblù, la falla aperta da Leverbe, a vuoto sul tentativo di intercetto, e il fendente dell’attaccante ospite imprendibile per Semper. Lì qualcosa insomma si è spento, portandosi via abbondanti tracce di Chievo, quelle che avevano caratterizzato il primo segmento del match. Lì il 4-4-2 di Aglietti ha iniziato ad attorcigliarsi su se stesso, ostaggio dell’ordinato disporsi del nemico, capace di mettere paletti nel mezzo del campo ma, soprattutto, di asciugare la vena degli esterni. Ciciretti e Garritano, certo, ma anche Mogos - mai così timido - e Renzetti. Il Chievo ha avviato così la sua lunga rincorsa a ritrovare la propria identità, passando attraverso una prima rivoluzione in attacco già all’intervallo, proseguendo a metà, sperimentando pure qualche variazione al modulo e affidandosi poi - col cronometro che iniziava a correre speditamente - anche all’istinto di qualche suo solista di grido. E il primo cambio che probabilmente ha fatto davvero la differenza è arrivato a un quarto d’ora dal 90’ con Giaccherini. Due colpi per mandare i primi messaggi, due scatti per provare a rimettere un minimo di ordine e restituire verticalità alla manovra. Troppo poco? Troppo tardi? Mai con questo Chievo. Quindi angolo di Renzetti, sponda aerea di Viviani e deviazione sottomisura di Gigliotti. Punto e a capo. Ci stanno anche le bollicine di San Silvestro... •

Francesco Arioli
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