LUTTO

Addio Rinaldo Danese. «El Macola» ha incarnato l’anima del Chievo

È morto nel sonno a 86 anni
RInaldo Danese soprannominato Macola
RInaldo Danese soprannominato Macola
Addio a Rinaldo Danese, il «Macola»

È morto Rinaldo Danese. Il suo cuore ha smesso di battere alle 8,35 di ieri mattina. Se ne è andato nel sonno guardato a vista dalle sue donne. Aveva 86 anni e il suo nome è legato in maniera indossolubile a Chievo e a quella piccola squadretta che osò sfidare per molti anni le grandi. «Sembra che ci abbia aspettato»», ci ha detto con un filo di voce Barbara, una delle figlie. «Mi portava sul bus con la squadra già a fine Anni Settanta. Ci chiedeva sempre del suo Chievo. Diciamo che è finita la sua vita quando, purtroppo, è finito il club». Lo stesso anno, che coincidenza. A capitan Pellissier raccontava sempre che il Ceo sarebbe ritornato presto. L’abbraccio della comunità e della nostra redazione va alla moglie Iole e all’altra figlia Giorgia.

Un uomo società Con Danese se ne va un altro pezzo di Chievo. Si aggiunge a Ennio Zanini, Ferdinando Righetti, Giusto Manfrinato e il mitico vice presidenti Carlo Guglielmi. Nomi che i giovani cronisti hanno imparato subito a memoria come un cantilena. Era il calcio vero, non il prodotto da vendere e basta. Loro hanno puntellato Luca Campedelli dopo l’improvvisa scomparsa del papà Luigi nel settembre del 1992. Adriano Panatta era ospite all’Atv per i campionati italiani di tennis, Danese, stava andando di voleè al Couver. Si perchè era un patito di questo sport. Se Luca Campedelli ha sempre potuto contare su Renato Tengattini, l’uomo dei conti «allevato» da Gigi Campedelli, Giancarlo Fiumi, segretario con la «S» maiuscola e Giovanni Sartori, ancora oggi tra i più bravi diesse italiani, anche Danese ebbe comunque, un ruolo di primo piano per il presidente. Allenatore dei giovani, addetto all’arbitro e dirigente. Da quando Nicola Ciccolo giocava al Vecchio Bottagisio, Rinaldo c’era.
 

Il soprannome Da tutti venina chiamato «Il Macola». In molti pensavano che quel nomignolo derivasse dalla sua voce roca alla Sandro Ciotti o da qualche rarissima uscita grassa ed invece nasce dalla sua gioventù, nella quale spiccò per gusto ed eleganza. Il papà, Gustavo, aveva sartoria in via Mazzini dove esisteva il «Supercinema», insomma per i veronesi senza nonni, dove sorgeva l’Upim oggi multimarche del Gruppo Calzedonia. Ma il giovane Rinaldo andò a farsi le ossa dal Conte Macola. Il nobile aveva botique e confezioni sempre in centro. Danese divenne il suo pupillo. Nel 1960 la famiglia si trasferì a Chievo e Gustavo aprì il negozio dov’è tuttora. Nella piazza della frazione. Per tutti quel giovane elegante che portava il tono su tono e le cravatte colorate al Ceo, divenne«Il Macola».

 

Tutta la scalata Rinaldo Danese era un team manager che aveva un grande rapporto con i fischietti. Chissà se ora rivedrà in cielo Farina di Novi Ligure, poi della sezione di Bologna, per ricordagli quella frase: «Ogni volta che viene lei, perdiamo sempre».
La disse col sorriso e quella risata hollywoodiana. D’altronde a guardalo bene, Macola, sembrava uno dei tanti attori irlandesi Anni Cinquanta e Sessanta. Capello con riga da una parte e look elegante. Con la polo l’abbiamo visto soltanto alle cene del lunedì con l’ormai defunto gruppo dei conservatori al Ristorante La Quercia. La scalata dai dilettanti alla serie A porta pure la firma di Danese. Calmava l’irruenza giovanile di Malesani quando cercava un posto al sole alle spalle di De Angelis e prima ancora cercava di stimolare mister miliardo Lerda nel formidabile ma solo sulla carta di Bui e del suo vice Giovanni Sartori. Fu spalla di Busatta nella prima promozione e riuscì a vendere perfino un vestito a Bruno Garonzi.

Insomma dai era il Chievo. «Ho parlà col Gigi», ci raccontava il lunedì dietro al bancone della sua bottega. «El m’ha dito che andemo a vinsar a Milan». Diavolo di un Macola, il piccolo, grande Chievo ce l’ha fatta. Tu che eri riuscito perfino a far stare bene in divisa Marazzina e Zanin. Due taglie opposte. Avevi ragione. Ecco una volta esisteva il calcio, quello fatto dalle persone e non solo dal business con tanti signorsì nascosti in un centro sportivo o venduti al microfono dell’ex letteronza. Di quel calcio, caro Rinaldo sei stato portagonista anche senza entrare in campo.Ti bastava stare in panchina.

Gianluca Tavellin