L'EX PRO VIVE NEGLI USA

Caucchioli, da Villafontana alla Florida: «Qui il ciclismo è più vivo che mai. Ma casa è sempre casa»

Pietro Caucchioli mentre vince a Sanremo la tappa del Giro d'Italia 2001
Pietro Caucchioli mentre vince a Sanremo la tappa del Giro d'Italia 2001
Pietro Caucchioli mentre vince a Sanremo la tappa del Giro d'Italia 2001
Pietro Caucchioli mentre vince a Sanremo la tappa del Giro d'Italia 2001

Dieci anni da professionista con le maglie di Amica Chips, Alessio, Credit Agricole e Lampre. Due successi di tappa al Giro d'Italia, il podio finale nel 2002 nell'edizione vinta da Savoldelli, una carriera onesta per un ragazzo che da Villafontana, alle porte di Bovolone, è letteralmente partito alla conquista del mondo. Soprattutto quello oltreoceano.

Una volta chiusa una buona carriera che lo ha visto chiudere il Giro con altre due top 10 oltre a un 11° posto al Tour 2004, Pietro Caucchioli si è gettato con entusiasmo e forza in una nuova avventura anche per mettersi alle spalle una parentesi infelice, quella di una squalifica per doping di due anni. Un passato dimenticato, un presente da vivere a Tampa in Florida e un futuro lontano dall'Italia e da Verona. «Chiusa la carriera - racconta Caucchioli, 46 anni tra meno di un mese - avevo iniziato a lavorare per il gruppo di Federico Zecchetto alla Alé, giravo il mondo, soprattutto nella penisola araba ben prima che questa diventasse come ora un centro nevralgico del ciclismo mondiale. Un giorno Federico mi disse che c’era l’opportunità di lavorare in America, di occuparmi della distribuzione del marchio oltre Atlantico. Avrei potuto fare la spola con l’Italia, ma sarebbe stato più difficile gestire tutto il lavoro. Mi confrontai con mia moglie – prosegue Caucchioli – era una decisione importante. Le dissi che la vita è un libro che ci proponeva in quel momento un capitolo diverso, completamente diverso, un’avventura nuova da vivere insieme. Lei mi ha dimostrato una grandissima fiducia, perché si trattava di cambiare completamente la nostra vita così decidemmo di vivere quest’avventura al 100 per cento, trasferirci tutti insieme».

Spostarsi in America non è cosa semplice, soprattutto se lo fai con tutta la famiglia: «Un conto è da giovane, fai un investimento su te stesso, ma quando hai la responsabilità e il peso di un nucleo familiare è un altro conto. E’ dura, non è che solo perché hai residenza e lavoro il visto ti arriva, ci sono tanti passaggi da effettuare, tanti controlli. I primi 18 mesi sono stati davvero pesanti, poi pian piano ci siamo abituati. Io giro tutta l’America e quindi non abbiamo tanto tempo da passare in famiglia: quando ci siamo trasferiti nel 2014 i nostri figli avevano 9 e 7 anni. Ora mia figlia è in procinto di andare al college, mio figlio ha la passione per il tennis e già gli ho detto che se davvero vuol percorrere questa strada dovrà presto tornare in Europa, perché è lì che si può emergere».

Di certo la passione per il ciclismo non gli è venuta meno, passione per le due ruote che spopola anche negli Usa. «Qui – dice Pietro – la concezione ciclistica è molto diversa. Il ciclismo negli Usa è vivo più che mai, solo che ha connotati diversi, più disincantati e consoni al modo di pensare americano, all’insegna della libertà, quindi l’agonismo è spesso visto come una recinzione. Tantissimi vanno in bici per passione e cicloturismo, molti meno per agonismo. C’è però un altro aspetto che ho notato: qui non ci sono limiti di età, se vuoi provare a diventare ciclista per professione puoi farlo a qualsiasi età, un caso come quello di Evenepoel piovuto nel ciclismo quasi dal cielo qui sarebbe visto con normalità. Da noi se non hai esperienza fra le categorie giovanili neanche ti guardano…». Caucchioli è convinto poi che lo stato di salute del ciclismo americano sia "migliore di quanto si pensi. Avete notato che i principali aiutanti di Vingegaard e Pogacar al Tour erano americani? Kuss e McNulty hanno avuto un peso notevole nella loro sfida. I corridori validi ci sono e non sono neanche pochi, resta però il fatto che il ciclismo di vertice è qualcosa di prettamente europeo e qui è visto da lontano, almeno ora…».

Ciclismo che resta per il ragazzo di Villafontana un grande amore visto ormai da lontano. «Cerco di seguirlo, compatibilmente con il lavoro grazie anche allo smartphone, tante volte mi collego e ascolto le cronache. E’ un ciclismo diverso da quello dei miei tempi, molto più universale: allora la Gran Bretagna non aveva l’impatto che ha ora, Paesi come Slovenia, Australia, Canada erano ai margini, figurarsi gli africani. Emergere ora è molto più difficile. Vedo le difficoltà del ciclismo italiano, io dico che i giovani ci sono ma va anche detto che il ciclismo non ha più l’appeal che aveva ai miei tempi, quando fuori dalla nazionale rimaneva gente che vinceva classiche e corse a tappe». Tempi lontani, come lontano dall'Italia è Caucchioli. «Con i problemi legati alla pandemia ci siamo tornati poco ultimamente. Chissà, magari a Natale, perché casa è sempre casa».

Sandro Benedetti