<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=336576148106696&amp;ev=PageView&amp;noscript=1">
Un'ordinaria storia speciale

Cristian Soave, il mister del Caldiero dei miracoli: vedovo, tre figli e un lavoro da netturbino che «non voglio mollare»

di Sandro Benedetti
Sveglia alle 3 per una vita di lavoro e sacrifici e ora, dopo la promozione, per lui si spalancano le porte del professionismo
Cristian Soave, il mister del Caldiero è anche un netturbino
Cristian Soave, il mister del Caldiero è anche un netturbino
Cristian Soave, il mister del Caldiero è anche un netturbino
Cristian Soave, il mister del Caldiero è anche un netturbino

Protagonista. Suo malgrado. «Tutte queste attenzioni fanno piacere, ma mi sembrano anche eccessive». Cristian Soave è quasi frastornato.

Animo mite, forse sin troppo umile. Perché l'allenatore del Caldiero dei miracoli ha realizzato un sogno, scritto una pagina che rimarrà indelebile nella storia del calcio veronese. Lo scudetto del Verona, la favola del quartiere, il Chievo e ora quella del piccolo Comune dell'Est veronese che un passettino alla volta ha conquistato una delle serie professionistiche del calcio italiano.

Miracolo sportivo fatto di valori e sacrifici

È un miracolo sportivo, ingigantito dal vissuto che ogni attore di questo straordinario evento ha alle spalle. Quella di Soave è una storia di lavoro, di sacrificio, anche di dolore. Immenso. All'attenzione mediatica non può non sfuggire quella che è la routine quotidiana di un allenatore che il prossimo anno potrebbe sedere sulla panchina dell'Euganeo di Padova, del Menti di Vicenza oppure del Rocco di Trieste.

«È una giornata scandita dal mio lavoro - ammette Soave - sveglia alle 3, raggiungo la sede di lavoro, il magazzino della Serit di Zevio e alle 4 parto per il mio giro con il camion». Operatore ecologico o netturbino che dir si voglia. Alle 10 termina il turno di lavoro, un salto a casa per riposarsi un po' e poi via al Berti di Caldiero per gli allenamenti.  È così dal 2014, non certo una grande novità.

Vedovo, tre figli e un lavoro da netturbino

«Francamente è stata più dura lo scorso anno quando allenavo il Breno in Val Camonica, per fortuna che ci allenavamo a Brescia». Ora si spalancano le porte del professionismo per l'allenatore di Ca' di David. Ma non si chiude il portone della sede Serit di Zevio. «Non ci penso proprio - ribatte - il posto di lavoro me lo tengo stretto. Ho tre figli, delle responsabilità. Ho già avuto dei colloqui e vorrei ringraziare l'azienda perché è stata davvero molto attenta nei miei confronti. Stiamo definendo cosa è meglio per entrambi. Ma resto al mio posto di lavoro».

Per quel senso di responsabilità che Soave non ha solo nei confronti di chi gli paga lo stipendio. Anche verso una famiglia a cui Soave ha dato molto e a cui deve molto. Soprattutto dopo l'addio a Elisabetta, la compagna di una vita che è venuta a mancare un paio di anni fa. Se l'è portata via una malattia subdola, infame. Ma Cristian è rimasto sempre accanto all'amore della sua infanzia, alla mamma di Eddi, Jacopo ed Elisa, i suoi bambini, "le vittorie più belle".

«Quel gol l'ha fatto la mamma dal cielo»

«L'ultima partita in casa contro la Virtus Ciserano siamo andati ad un passo dal buttare via tutto. Sotto di un uomo e sul 2-2 a trenta secondi dalla fine c'è stato il gol di Filiciotto. Non sapevo che i miei genitori avessero portato i miei figli alla partita e alla fine Eddi è corso in campo ad abbracciarmi. Mi ha detto: papà, quel gol l'ha fatto la mamma dal cielo. Ammetto che non sono riuscito a trattenere le lacrime e sono corso nello spogliatoio».

Valori veri. Di una vita che ha segnato Cristian e la sua famiglia ma che la vittoria del Caldiero ridisegna con una luce nuova. «Penso che quest'anno le altre squadre avevano giocatori più forti di molti dei ragazzi che ho allenato. Ma noi avevamo qualcosa in più perché tutti questi ragazzi hanno qualcosa in più degli altri dentro di loro. Hanno valori morali che non sono quelli che saltano subito all'occhio ma in un campionato lungo come la serie D fanno la differenza. Loro hanno fatto la differenza perché ci hanno messo la testa e il cuore. Sono ragazzi meravigliosi, vorrei ribadirlo con tutta la forza che ho».

Lo sguardo al futuro

E adesso uno sguardo al futuro. Il lavoro non si tocca, i ragazzi crescono bene «e devo dire grazie anche ai nonni», la serie C attende il piccolo Caldiero e le sue storie partite da lontano. «Ce la siamo meritata, me lo sono meritata. Nessuno in questa mia carriera da allenatore mi ha regalato nulla. Sono partito dal basso, ho fatto la gavetta, mi sono sempre documentato. Quando un paio di anni fa lasciai il Caldiero ho preso il patentino di allenatore Uefa a Coverciano. È stato un sacrificio, di tempo ed economico. Ma è stato un passaggio necessario. Si può arrivare a tutto. Ma bisogna sapere che la strada è lunga, che c'è sempre tanto lavoro da fare».

Quello di salire sul camion e raccogliere rifiuti perché, «non è il benessere né lo splendore ma la tranquillità e il lavoro che danno la felicità». E Cristian Soave è un uomo tranquillo e felice.

Suggerimenti