Calcio femminile

Boni, l'addio del numero 10. Applausi e occhi lucidi per la leggenda del calcio veronese

La festa per Valentina Boni
La festa per Valentina Boni
Valentina Boni dà l'addio al calcio giocato (Vincenzi)

Chissà se Valentina Boni, appena qualche settimana fa all’incontro atteso da una vita intera con Roberto Baggio, aveva confidato a Divin Codino la volontà di ritirarsi dal calcio giocato a breve. Chissà se lui, in quel colloquio di un paio d’ore (palleggi in giardino compresi), aveva provato a convincerla nel proseguire per un’altra stagione.
Da 10 a 10, un linguaggio comune. Ma sono parole che resteranno nel cuore e nella mente solo di Valentina come ci resteranno le immagini di ieri pomeriggio quando al 45’ del secondo tempo si è alzata la lavagna luminosa e in rosso c’era proprio il 10. Il suo, per l’ultima volta. Boni, 39 anni, ha dato l’addio al campo allo stesso modo in cui ci ha giocato per 25 anni: in silenzio, facendo un rumore assordante. Le compagne di squadra, e le avversarie di giornata del Cortefranca, hanno creato un corridoio dove la Boni si è infilata aprendo entrambe le braccia, dando il cinque a tutte.

Gli occhi (di chiunque all’Olivieri Stadium) hanno iniziato a diventare lucidi da quel momento e lo sono rimasti per diverso tempo. Le ragazze clivensi hanno indossato una maglia bianca con la scritta in giallo e blu «Grazie. Valori, Amore, Lealtà, Esempio», parole che formano quel nome detto tante volte in campo: Vale. Lei, leader silenzioso, ma sempre in prima fila. Anche in allenamento, ovunque. «Non mi aspettavo tutto questo affetto, sono stata travolta. Fa tantissimo piacere perché gratifica tutti gli sforzi di questi anni. Le coppe, gli scudetti rimangono ma con questo affetto mi rendo conto di quello che ho lasciato alle persone», le parole della Boni ancora sul campo senza scarpini mentre tutt’attorno le si avvicinano le ragazzine delle giovanili per un selfie e per abbracciarla. Quando le squadre sono entrate sugli spalti è comparso uno striscione «Grazie Vale», accompagnato dai fumogeni e dai cori che ne ripetevano il cognome. «Ecco, forse non mi rendo conto», prosegue la 10, «di quello che rappresento. Ho sempre fatto tutto spontaneamente. È tanto di più rispetto a quello che mi sembra di dare, anche se sono felicissima. Ho sempre cercato di essere me stessa, in ogni momento».

 

Valentina Boni festeggiata dalle compagne
Valentina Boni festeggiata dalle compagne


Il saluto alla Boni è un addio anche a un pezzo di calcio veronese. O forse è «solo» un cambiare forma: «Sì, era già nell’aria da inizio anno», adesso lo può confessare per poi aggiungere, «la mia idea però è quella di rimanere con questa società. Ho voglia di crescere, costruire qualcosa di importante con loro. Sono davvero emozionata è l’unica parola che mi viene».
Una carriera così ricca, con le maglie di Bardolino, Lazio, Brescia, Valpo e quindi quella clivense, con tantissimi trofei in bacheca, ha immagini che restano incastrate senza levarsi mai. «Una su tutte? Dico l’uscita dal tunnel prima della semifinale di Champions al Bentegodi quando ci siamo trovate davanti un muro di tifosi. Perché nel 2008 avere 14mila persone nello stadio della tua città è qualcosa che ti rimane. È l’immagine che mi arriva per prima quando penso a questi anni. Ma ce ne sono davvero tantissime», sottolinea. Era Bardolino-Francoforte (che poi avrebbe vinto la coppa), forse il punto più alto della carriera della Boni costellato da 259 gol, fra A e B. Numero che supera i 300 contando quelli nelle coppe e in nazionale. Al triplice fischio del direttore di gara - per la cronaca le Women hanno vinto 4-1 - gli occhi erano tutti per lei. Le calciatrici gialloblù si sono raccolte al centro del campo e hanno sollevato la loro capitana nel cielo. Poi è stato il momento delle parole.
Per primo il direttore generale Bruno Spozio: «Sei una bandiera. Hai insegnato la passione, la serietà e l’umiltà». Poi le compagne di squadra con Pecchini e Salaorni: «Ti abbiamo ringraziato da sole, ma è giusto farlo anche qui davanti a tutti. Una giornata così serve anche a noi, forse non ci siamo rese conto fino in fondo di chi avevamo in campo». Occhi lucidi, saluti e sorrisi. 

Nicolò Vincenzi