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Intervista al comico

Giacobazzi e il suo nuovo show: «Macché Re, meglio essere un Pedone»

di Elisabetta Papa
Porta al Salieri di Legnago un elogio della semplicità in «Il Pedone. Luci, ombre e colori di una vita qualunque»
L'attore comico Giuseppe Giacobazzi in «Il Pedone. Luci, ombre e colori di una vita qualunque»
L'attore comico Giuseppe Giacobazzi in «Il Pedone. Luci, ombre e colori di una vita qualunque»
L'attore comico Giuseppe Giacobazzi in «Il Pedone. Luci, ombre e colori di una vita qualunque»
L'attore comico Giuseppe Giacobazzi in «Il Pedone. Luci, ombre e colori di una vita qualunque»

Raccontare il fascino della normalità attraverso una scacchiera dove il punto di vista non è però quello del Re o della Regina, ma del Pedone, comune pezzo da gioco di cui esistono diversi doppioni.

È un autentico elogio della semplicità quello di «Il Pedone. Luci, ombre e colori di una vita qualunque», il nuovo spettacolo di Giuseppe Giacobazzi, comico romagnolo doc ed uno dei fondatori di punta di Zelig, in tv dal 2006. Il monologo, diretto dal regista Carlo Negri, collaboratore anche per i testi, arriva domani, 7 marzo, alle 20.45, al teatro Salieri di Legnago, già sold out.

 

Giacobazzi, da dove le è venuta l’idea della scacchiera come metafora della vita?

Ad ispirarmi è stato, involontariamente, un mio carissimo amico che purtroppo non c’è più. Eravamo all’osteria con la solita compagnia. Ad un certo punto, indicando una scacchiera, lui fa un’osservazione che nessuno si aspettava: «noi in fondo siamo come i pedoni, facciamo un passo alla volta sempre con mille paure di essere mangiati da quelli più potenti e affrontiamo innumerevoli sacrifici per arrivare in fondo al percorso, magari solo per indossare il vestito migliore». Questa sua frase mi colpì molto. In effetti, a ben guardare, le cose stanno davvero così. Il mio monologo nasce tutto da qui.

 

È autobiografico allora?

Esatto. È la storia di un incontro di alcuni amici che si ritrovano dopo 40 anni dall’ultima serata in osteria. Si riconoscono su Facebook, la piattaforma dei “vecchietti”, e decidono di organizzare una reunion. Da qui prendono forma le vicende di questi quattro pedoni: spezzoni di vite ordinarie, come quella di Bicio, che conosco da quando eravamo tredicenni.

 

La sua esistenza e quella dei suoi amici diventa lo spunto per affrontare tematiche del quotidiano.

Mi è sempre piaciuto raccontare parte di me negli spettacoli che propongo. Sono un raccontatore, non un battutista. Ne «Il Pedone» ci sono la difficoltà di essere genitori, le differenze tra la nostra generazione e quella dei giovanissimi di oggi, ma anche le cure ayurvediche e le teorie sulla metempsicosi, cioè quella spiritualità oggi di moda. Senza dimenticare la mia passione per la moto e la Bologna dei tempi d’oro, la città degli anni Ottanta e Novanta, che ho vissuto in prima persona. Insomma, c’è un po’ di tutto: la normalità di una vita qualunque.

 

Meglio essere semplici Pedoni allora piuttosto che Re e Regine?

Pedoni, senza dubbio. L’intero spettacolo è concepito per ribadire la forza del pedone, la bellezza dello stare alle regole, del guardarsi allo specchio senza avere problemi di pelo sullo stomaco per mandare giù certe cose come invece magari si ritrova costretto a fare chi vuole diventare ad ogni costo Re o Regina. In una parola, la bellezza di un’esistenza qualsiasi, ma serena. Perché nella normalità, se ci pensiamo bene, c’è sempre qualcosa di speciale.

 

Secondo lei la comicità può essere una canale preferenziale per raccontare la vita?

Non solo è in grado di farlo, ma ci riesce anche meglio di quello che si crede, portando un po’ di leggerezza al pubblico. Si ride, si riflette, e poi si torna nuovamente a ridere. I messaggi passano anche così.

 

Questo nuovo monologo, al pari di altri, è più impostato sui tempi del teatro comico anziché su quelli del cabaret. Perché sceglie con sempre maggiore frequenza questa formula per i suoi spettacoli?

È quella che sento più mia e che mi rappresenta in toto. Me la sono cucita addosso. Ultimamente ho sempre preferito raccontare storie che avessero un filo conduttore logico, non solo battute e basta. Forse è l’età che fa diventare più saggi…

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