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L'addio

A Sezano il saluto del teatro veronese al maestro Gherardo Coltri

di Michela Pezzani
La cerimonia funebre per Gherardo Coltri a Sezano (foto Pezzani)
La cerimonia funebre per Gherardo Coltri a Sezano (foto Pezzani)
Ultimo saluto a Gherardo Coltri (video Pezzani)

Come in uno di quei film che tanto amava in cui l’ultimo saluto a chi lascia la terra è un convivio, l’attore e regista Gherardo Coltri, 83 anni, leader della storica compagnia La Formica, è stato accolto, nella bara bianca portata a spalla dagli amici stretti, nel giardino del Monastero del Bene Comune, a Sezano, dove una platea commossa di gente del teatro veronese si è riunita per salutare il maestro che col suo inconfondibile tocco creativo ha fatto del valore del teatro amatoriale un caposaldo e non solo a Verona.

Il sacerdote don Marco Campedelli ha celebrato, nel bel luogo degli Stimmatini, la cerimonia laica mista in cui è stata cosparsa sulla salma l’acqua di benedizione, mosso nell’aria il profumo di incenso e recitato tutti insieme il Padre Nostro: inoltre ogni persona che lo ha desiderato farlo si è espressa con un pensiero, un ricordo, un aneddoto, una canzone (nello specifico inedita dal titolo Didi e Gogo) ispirata ad uno dei cavalli di battaglia di Coltri ossia «Aspettando Godot» di Samuel Beckett.

Un altro momento toccante del pomeriggio, allietato dal tocco di una campana ogni mezz’ora e dal canto di un uccellino che ha accompagnato tutto il “garden party” (come lo avrebbe chiamato Coltri con la sua ben nota ironia), è stato quando una ventina di attori di vari gruppi veronesi ha pescato in un vaso un foglietto per ciascuno con su scritta una frase celebre tratta dagli innumerevoli titoli messi in scenda da Coltri nella vita (tra cui Il giardino dei ciliegi, di Anton Čechov) e poi letti, una frase per ogni voce narrante, tutti riuniti intorno al feretro poi cosparso, a pioggia leggera dagli stessi recitanti, di petali di fiori. Chi ha partecipato a questo toccante commiato ha dunque potuto davvero sentire sincero e tangibile l’affetto e la stima per un uomo saggio, buono e di talento, minuto ma forte come un leone, che ha insegnato molto a tutti a Verona, con umiltà, senza troppe parole.

Gli bastava poco per farsi capire ed è infusa in chi resta la sua passione per il bello, l’arte, la musica, da Bach a “Quando gli asini che volano nel ciel” di Stanlio e Olio, il teatro in primis, ma realtà completa che ingloba tutte le discipline. Ad un certo momento poi della cerimonia non si è potuto fare a meno di tendere l’orecchio all’aereo che ha attraversato il cielo sopra gli astanti e anche questo segno ha avuto il suo significato sia per chi crede che per chi no.

 

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