Stasera a Villafranca

Max Pezzali, gli anni Novanta rivivono sul palco del Castello

Un tuffo indietro di qualche decennio per riviverne in musica la magica atmosfera
Appuntamento al Castello Doppio concerto a Villafranca per Max Pezzali
Appuntamento al Castello Doppio concerto a Villafranca per Max Pezzali
Appuntamento al Castello Doppio concerto a Villafranca per Max Pezzali
Appuntamento al Castello Doppio concerto a Villafranca per Max Pezzali

Doppio concerto a Villafranca con vista, l’anno prossimo, su San Siro. Max Pezzali è pronto per sbarcare fra le mura del castello scaligero al «Villafranca Festival». Stasera (21 luglio) il primo dei due appuntamenti. Sarà una notte che farà tornare indietro il pubblico di qualche decennio, a quegli anni Novanta che stavano per aprire il mondo a internet.

 

Sotto i riflettori Pezzali porterà gran parte del repertorio degli 883, canzoni che hanno fatto da colonna sonora a intere generazioni.

 

Max Pezzali, che concerto dobbiamo aspettarci al castello di Villafranca? Non ci saranno solo le canzoni degli 883 degli anni Novanta, ma è l’intero live ad essere concepito come se fossimo in quegli anni. Sarà la narrazione del decennio e perciò sarà anche necessario contestualizzare cosa quelle canzoni raccontano. Parlano di temi che non esistono più come il servizio militare, avvenimento che condizionava un po’ tutta la vita dei giovani. Si tratta di un decennio lontano, ma che ha aperto la strada alla modernità, pensiamo a internet.

 

Com’è nata questa idea? Sentiva l’esigenza di tornare a quegli anni magici? Il pretesto è stato il libro che è uscito recentemente, Max90, che racconta gli anni Novanta attraverso le canzoni degli 883. Ho pensato: se è piaciuto così tanto vuol dire che è il momento giusto per farlo anche sul palco.

 

Quanto c’è ancora di quegli anni oggi? Cosa le è rimasto addosso? Siamo tutti in una situazione che non avremmo mai pensato di poter vivere. Negli anni Novanta se qualcuno fosse venuto a dirci che dovevamo stare distanziati o seduti a un concerto nessuno ci avrebbe creduto. Paradossalmente trovarci in questa fase sembra quasi una regressione rispetto agli anni Novanta. Sembra cantare i fasti della Roma imperiale durante il periodo buio del medioevo. Ma siamo anche consapevoli che questo è l’inizio di vita normale. Ricominciamo a vivere e a sorridere tutti insieme.

 

Che effetto le fa sapere che la sua musica e la sua voce sono la colonna sonora di intere generazioni? E di essere entrato così nel profondo nelle vite di tante persone? Ho una percezione diversa di questa cosa. Io e Mauro Reppetto abbiamo raccontato quello che ci capitava intorno. Diciamo che ci ritenevamo dei fotografi di quello che succedeva, quindi non ci siamo mai posti il problema se quello che stessimo facendo fosse rappresentativo di tante persone. Lo abbiamo scoperto più avanti. Mi ritengo molto fortunato, abbiamo avuto il coraggio di raccontare quello che magari gli altri nascondevano sotto temi più alti o più complicati. Comunque, sono tutt’ora incredulo quando certe persone mi dicono che le mie canzoni hanno accompagnato la loro esistenza.

 

Che periodo è stato per lei quello vissuto negli ultimi diciotto mesi? Fortunatamente sono riuscito a lavorare comunque. Ho chiuso l’album precedente e ho scritto il libro con Massimo Coppola. Resta il problema base: nel mio mestiere la cosa principale è il live. Il momento del contatto con il pubblico. Se davanti non vedi nessuno che ascolta quello che stai facendo perdi l’80 per cento della motivazione.

 

San Siro? La prossima estate andrà alla conquista del tempio. È l’appuntamento degli appuntamenti. Ma anche il grande rimpianto. Al netto della pandemia per me questo anno e mezzo è stato frustrante, soprattutto nel vedere per ben due volte rinviare questo concerto. È il sogno di una vita. Ti puoi anche ritirare (ride, ndr) dopo che hai fatto San Siro.

 

Finita la «sbornia» anni Novanta cosa succederà? Torno al presente, torno nel 2021. Cercherò di preparare qualcosa dal punto di vista musicale per arrivare pronto e molto carico sul palcoscenico di San Siro. 

Nicolò Vincenzi

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