Intervista al regista veronese

«Il mercante di Venezia» di Paolo Valerio con Branciaroli. «Tra denaro e vendetta, parla al nostro tempo»

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Franco Branciaroli e Paolo Valerio
Franco Branciaroli e Paolo Valerio
Franco Branciaroli e Paolo Valerio
Franco Branciaroli e Paolo Valerio

«È un testo affascinante e infinito. Con il nodo della vendetta - tema ancestrale e purtroppo in questo momento storico così contemporaneo - tutti i personaggi hanno un rapporto forte, che vive in particolare in Shylock, così famelico, così spietato». Bastano poche quanto intense parole per capire la forza del lavoro che Paolo Valerio sta compiendo per portare, in prima nazionale, come apertura del Festival shakespeariano al Teatro Romano, il suo «Mercante di Venezia», in cartellone l’1 e il 2 luglio alle 21.15, primo appuntamento con la prosa dell’Estate Teatrale Veronese.

Si tratta di una coproduzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Centro Teatrale Bresciano e Teatro de Gli Incamminati, nella traduzione di Masolino D’Amico con protagonista Franco Branciaroli nel ruolo di Shylock. Mentre il «cantiere» dello spettacolo è più che mai al lavoro, chiediamo a Valerio, a lungo direttore dello Stabile di Verona e oggi alla guida dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, qualche dietro le quinte di questa sua regia.

 

Con i suoi potenti temi universali «Il mercante di Venezia» pone questioni di assoluta necessità: etiche, sociali, parla di scontri fra religioni, d’amore, di amicizia, di denaro e di vendetta. Quali fili ha seguito per costruire questo spettacolo?

I temi fondamentali sono quelli del denaro e della vendetta. Da una parte c’è la rappresentazione di una Venezia niente affatto poetica, ma torbidamente lagunare in cui domina l’ipocrisia e la sete di quello che chiamiamo «il soldo». Dall’altra tutti sono assetati di vendetta, e, va detto subito, tutti la praticano, tranne, alla fine, Shylock, l’ebreo usuraio che rappresenta il diverso. Per rendere questo clima abbiamo puntato su una scenografia giocata su un muro di mattoni, con le suggestive scene di Marta Crisolini Malatesta, i costumi di Stefano Nicolao e le luci di Gigi Saccomandi, cui fanno da risonanza le musiche Antonio Di Pofi.

 

Si tratta di una commedia, ma, come da sempre si è detto, su questa Venezia incombe una plumbea luce di tragedia.

Dunque, siamo a Venezia nel XVI secolo in una società dove il denaro muove il destino degli uomini, dove prestiti e investimenti azzardati hanno conseguenze imprevedibili. Ripensiamo la storia: Bassanio, giovane gentiluomo veneziano, vorrebbe la mano di Porzia, ricca ereditiera di Belmonte. Per corteggiarla degnamente domanda al suo amico Antonio, il mercante di Venezia, di prestargli tremila ducati. Per recuperare la somma necessaria entra in scena l’usuraio Shylock, figura sfaccettata, misteriosa, crudele nella sua sete di vendetta, ma che spiazza gli spettatori suscitando anche la loro compassione fin da subito. Se da una parte stiamo lavorando proprio sui toni cupi, vorrei dire sul «cannibalismo» di Shylock (tutto il suo parlare è connotato da metafore relative al cibo, al divorare, alla fame), ho poi anche voluto mantenere un tono più leggero, di commedia appunto, non tagliando di proposito alcune parti più comiche e più divertenti del testo.

 

Nel ruolo di Shylock si sono cimentati grandi attori. Che Shylock sarà quello di Franco Branciaroli?

Franco è un interprete di grande temperamento e di magnetico carisma. Il lavoro che sta facendo è personalissimo e sono sicuro che offrirà una prova magistrale in questo ruolo misterioso, crudele, ma capace anche di spiazzare la platea, suscitandone la compassione. A lui, ebreo, usuraio, si rivolge Antonio, ricco mercante veneziano, che Piergiorgio Fasolo tratteggerà equilibrando malinconia ed arroganza. Il mercante pur avendo impegnato i suoi beni in traffici rischiosi, non esita infatti a farsi garante per l’amico Bassanio che ha bisogno di tremila ducati per cambiare il proprio destino, raggiungendo Belmonte e l’amore. Shylock che ha livore verso i gentili per il disprezzo che gli mostrano, impone una spietata obbligazione. Se la somma non sarà restituita, egli pretenderà una libbra della carne di Antonio, tagliata vicino al cuore. Un intreccio avvincente di relazioni, tradimenti, travestimenti e fughe, vittorie e cadute condurrà alla soluzione del dramma, a cui fa da sfondo - illuminato dai riflessi ambigui della laguna o dallo splendore magico di Belmonte - un muro di mattoni, richiamo iconografico ai palazzi veneziani ma anche al pianto di un popolo esule.

Alessandra Galetto