Il concerto

È la notte dei Gorillaz, la band inglese fa vibrare l'Arena nell'unica data italiana

Gorillaz in Arena
Gorillaz in Arena
Gorillaz in Arena

Un'invasione. Uno sbarco. Lo si può chiamare come si vuole, ma c'è sempre lo stesso denominatore comune: potenza. Tanta, devastante. Piena. Era l'Arena, sì, ma l'anfiteatro sarebbe potuto tranquillamente essere un'astronave piombata nel cuore di Verona da un posto molto, molto lontano. A bordo strani personaggi. Anzi, fantastici personaggi e qui ognuno può scegliere la sfumatura che preferisce. I Gorillaz nella calda notte di ieri hanno abbracciato la città. Meglio, l'hanno stretta, stritolata. Hanno riempito l'aria, un'ondata che arriva dritta d'oltremanica. «Ciao» a caratteri cubitali è il benvenuto alla serata che già dall'inizio si preannuncia bollente.

Quelli visti ieri - si badi, con un solo biglietto - sono stati due show nello stesso live. Quello che succede sul palco, nel mondo vero fatto di strumenti, voce e elettronica (tantissima), si compensa e completa con quello che succede sul mega schermo. Immagini incredibili, i soliti fumetti, accompagnano tutte la notte l'Arena stracolma. All'inizio un camper impazzito solca lo spazio per arrivare sulla luna. Forse l'unico posto possibile per degli astronauti elettronici così.«È bellissimo», dice a un certo punto Damon Albarn, l'anima. Ed è davvero così perché l'Arena è una bolgia di vita. È impossibile stare fermi: i posti a sedere ci sono, ma servono a poco. Ci si alza (anche in platea, ovunque) praticamente da subito.

Loro completamente vestiti di rosa diventano un tutt'uno con la gente che ha aspettato tanto per l'unica data italiana della band. «Strange Timez», «Last Living Souls» e «Tranz» sono solo l'inizio del percorso che, va detto, è difficile da decifrare ma solo perché è perfettamente confusionario. Un turbinio impazzito che sa deciso dove battere. Non c'è tempo e spazio per rifiatare. Per non sentire vibrare i colpi che arrivano assestati poco più sotto dalle immagini sui ledwall. Nel viaggio, però, ci sono anche dei compagni: Michelle Ndegwa, Fatoumata Diawara, Bootie Brown, De la Soul e Sweetie Irie. Che la confusione, nel senso più profondo e bello del termine, sia a livelli alti lo si capisce quando Damon urla e parlando dell'anfiteatro dice: «Che bel palazzo!». Ma va bene così. Nella discoteca a cielo aperto che era l'Arena ieri tutto è concesso. Passa poco e lancia il coro: «Fuck Boris Johnson», la traduzione è semplice e comunque non è niente di buono per il primo ministro londinese.

Piccola pausa con «O green world», tasti, voce e torce accese. Si chiude con «Feel good» e «Clint Eastwood». I gradoni sono lì da più di duemila anni, ma la prova di ieri era dura da superare. Anche per loro..

Nicolò Vincenzi