LA DOCU-SERIE

«Break point», tutta l’epica del nuovo tennis fra Rocky e Mimì Ayuhara

Niente di romanzato e tanta analisi in profondità delle fragilità dei giovani campioni. Storie di cadute e risalite: protagonisti, atleti-azienda all'estremo delle loro possibilità
Matteo Berrettini:  finalista a Wimbledon, semifinalista agli Australian Open, bersagliato dagli infortuniMaria Sakkari: fisico bestiale, come Berrettini eliminata dagli Australian Open attualmente in corso
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Siete appassionati di tennis? Avete visto al cinema «Match point» (thriller drammatico/metafisico) e «Borg McEnroe» (lotta romanzata al limite della leggenda)? Vi siete divertiti con «Una squadra», docu-serie sull’Italia che vinse la Davis quasi mezzo secolo fa e oggi si racconta attraverso i suoi moschettieri fra aneddoti e battute, con senso del ritmo e gusto dell’ironia?

I campioni accettano di mostrarsi in tutte le loro fragilità

Ecco: scordatevi tutto questo, prima di apprestarvi a vedere «Break point». Non che non ne valga la pena (anzi) o che si tratti di un flop (tutto il contrario). Ma il documentario balzato ai vertici della programmazione di Netflix, assolutamente di tendenza, è quanto di meno fiction si possa vedere in ambito sportivo. Niente di spettacolare, zero di romanzato. È più simile a una collezione di monologhi che assomigliano ad altrettante sedute dallo psicologo dei protagonisti, campioni che accettano di mostrarsi in tutte le loro fragilità.

Cinque puntate da 50 minuti. Focus sugli aspetti mentali del tennis

Creato da James Gay-Rees e Paul Martin, girato nella passata stagione, «Break point» è disponibile in 5 puntate da 50 minuti l’una e avrà un seguito già quest’anno, presumibilmente nell’imminenza di Wimbledon. La prima parte della serie in streaming ha già abbondantemente chiarito qual è la filosofia della casa. Gli ideatori di «Formula 1: Drive to Survive» hanno voluto focalizzarsi sugli aspetti mentali della battaglia che si consuma in ogni partita disputata su un campo da tennis.

Qualcosa di molto simile agli scacchi, per crudeltà e verità. Ci si ritrova nudi e soli, costretti a scendere a patti coi propri demoni prima di poter affrontare qualsiasi avversario. «Il tuo primo ostacolo sei tu stesso», il mantra non dichiarato di un documentario che si avventura dietro le quinte del Grande Slam, nella pancia di quell’immenso, impegnativo carrozzone che sono i tornei Atp e Wta sparsi per il mondo, per studiare i profili dei giovani aspiranti al trono dei reali (i Djokovic e i Nadal, dominatori da tempo immemore). Una nuova generazione cresce e ambisce, ma deve guardarsi dentro per poi sbocciare fuori. Vincere un trofeo è tutto, ma in fondo è quasi un dettaglio per vite consacrate a un’ossessiva ricerca della perfezione che scava i caratteri esasperandone le insicurezze.

La sfida nella sfida: andare oltre le proprie paure

Una sfida nella sfida, andare oltre le proprie paure imparando a conoscersi. In «Break point» c’è un’umanità nuda fotografata come fosse al fronte. C’è il tennista che non pensa ad altro anche quando ostenta serenità. C’è Matteo Berrettini, con il suo sorriso disarmante, che non esita a mandare a dormire in un’altra stanza l’allora fidanzata Ajla Tomljanovic perché lei il mattino seguente deve rilasciare un’intervista in zoom e lui rischierebbe di dormire un quarto d’ora (esattamente un quarto d’ora) di meno. Succedeva un anno fa. «Mi mandi a dormire da sola per 15 minuti di sonno?», chiede Ajla; «Devo giocare la semifinale con Nadal», obietta Matteo. Lei è già fuori dal torneo, lui no: la logica spietata di uno sport che non ammette altre priorità. «Break point» è una storia di pesi e contrappesi.

Minimo comun denominatore: la pressione a cui sono sottoposti gli atleti

Maria Sakkari ricorda quando si ritirò per 4 giorni, non sopportando l’ennesima semifinale persa, per poi ripartire e rimettersi in gioco fra cadute e risalite. Taylor Fritz incarna la tensione di chi è chiamato a riportare l’America in cima al mondo dopo anni bui, per di più giocando in casa a Indian Wells. In tutti gli episodi il minimo comun denominatore è la pressione, enorme, alla quale sono sottoposti atleti che ormai equivalgono ad altrettante aziende. Devono produrre prestazioni al top, curando i minimi particolari come mai in passato pur di esprimere tutto il potenziale sotto ogni aspetto (fisico, tecnico, tattico). Il fattore umano c’è, ma qui sta fra Rocky, l’Uomo Tigre e Mimì Ayuhara: ogni trionfo richiede il tributo di un sacrificio estremo. Lo sport come epica di eroi nati per soffrire.•. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Gian Paolo Laffranchi

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