L'intervista

Lundini e i VazzaNikki: «Canzoni nate per gioco per divertire il Romano»

Lo show Valerio Lundini e i VazzaNikki stasera al teatro Romano
Lo show Valerio Lundini e i VazzaNikki stasera al teatro Romano
Lo show Valerio Lundini e i VazzaNikki stasera al teatro Romano
Lo show Valerio Lundini e i VazzaNikki stasera al teatro Romano

Se c’è di mezzo lui trovare il gioco di parole è poco ma sicuro. Valerio Lundini e i VazaNikki (eccolo il gioco) stasera saranno sul palco del teatro Romano alle 21,15. 

Lundini, qual è secondo lei il limite dell'ironia? Se c’è…
Sicuramente di limiti ce ne sono tantissimi ed è bene che ci siano. I più importati devono essere quelli che uno si dà da solo. Limiti che uno si dà in base al proprio gusto, alla propria etica e alla propria preparazione. Poi ci sono i limiti che decide il pubblico e sono ancora più arbitrari.

Cosa può dirci dello spettacolo di questa sera? 
È un concerto dei VazzaNikki, la band con cui suono da 13 anni. Adesso, per vendere meglio la serata, abbiamo fatto scrivere “Valerio Lundini & i VazzaNikki” come se fosse una collaborazione, ma in realtà siamo in sei, ognuno di noi fa il suo. È un insieme di canzoni nate per gioco, improvvisazioni tra di noi, usiamo il concetto di concerto come scusa per fare qualsiasi altra cosa.

Che rapporto ha con Verona? Ha qualche ricordo in particolare?
Ricordo che ero a Verona l’undici settembre 2001 ed è lì che seppi delle Torri Gemelle. Mi trovavo con i miei genitori quando passo un ragazzino con una radiolina che ci disse il fatto e pensammo fosse una scemenza, invece poi entrammo in un bar e c’era il video delle esplosioni.

La rivedremo in televisione con il suo programma «Una pezza di Lundini»? 
Per ora non è prevista una quarta edizione. Dopo 55 puntate credo che sia saggio fermarsi onde non far diventare il programma una cosa abitudinaria.

Negli ultimi anni la comicità è cambiata? Ha un ruolo in particolare in momenti difficili come quello che abbiamo vissuto?
La comicità c’è sempre stata e non credo che abbia un ruolo più importante ora rispetto ad altri momenti. È vero che negli ultimi due anni, con il virus e tutto ciò che ne consegue, ho sempre sentito dire dalle persone frasi come “Mai come in questo periodo abbiamo bisogno di ridere”, ma secondo me è anche vero che mai come in questo periodo c’è un costante e continuo e asfissiante bisogno di scherzare su tutto come se ce lo avesse ordinato il dottore. Sarebbe quasi interessante avere un po’ di serietà in più in generale.

Esprima un desiderio, chi vorrebbe intervistare?
Renato Pozzetto.

La puntata più difficile? 
L’ultima della seconda stagione (quella dove si scopriva che tutto “Una Pezza di Lundini” era un inganno ai miei danni realizzato da Sandra Milo e finalizzato a pubblicizzare un oggetto di arredamento di sua fattura). Lei è stata bravissima ma fu difficile girare le mille scene coi vari tagli cinematografici perchè al Teatro delle Vittorie ogni cosa sembrava difficile da fare tecnicamente.

La più divertente?
Non associo sempre il divertimento alla risata, più che altro a quanto ritengo suggestiva e funzionante una qualche idea. Quindi direi che, a mio avviso, fu bella la puntata con Max Pezzali dove gli feci cantare una versione diversa (di testo e musica) del suo brano “La Dura Legge del Gol” senza mai sottolineare che non fosse la canzone originale. Per me è stata anche una bella soddisfazione perchè ho scritto un pezzo per lui. Che però nessuno sentirà mai più al di fuori di quella puntata (peraltro una con lo share più basso di sempre perchè quel giorno giocava l’Italia).

Il suo riferimento chi è?
Ho sempre amato il cinema di Mel Brooks e il Leslie Nielsen della saga di “Una Pallottola Spuntata”.

Qual è stato il suo percorso? Quando ha capito che riesce a fare qualcosa che altri non riescono in questo campo?
Il mio percorso è questo: asilo, scuole elementari dalle suore, scuole medie agghiaccianti, un liceo scientifico dove andavo a volte bene e a volte male. Poi tre anni di giurisprudenza dove ero scarsissimo, poi l’ho lasciata e ho fatto lettere così tanto per fare qualcosa. Ho preso una laurea triennale e una specialistica facendo la stessa tesi entrambe le volte sapendo che tanto non avrebbero controllato. Ho capito che riuscivo a fare cose che altri non riuscivano a fare non tanto quando ho scoperto le mie “doti”, quanto quando ho realizzato la scarsezza di altri.

Sente di portare avanti un modo nuovo di fare comicità?
No, sono uno che si diverte. Alcune cose sono nuove rispetto ad altre, ma se uno va a cercare programmi italiani belli del passato scoprirà che c’erano cose molto più moderne di quelle che consideriamo nuove oggi.

Nicolò Vincenzi