Stasera a Villafranca (anche in caso di pioggia)

Gio Evan, il funambolo della parola
al castello: «Io, pensatore accanito»

Gio Evan stasera al castello di Villafranca
Gio Evan stasera al castello di Villafranca

Un funambolo della parola, nel verso di una canzone o in una poesia. Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro, poeta cantautore e scrittore classe ’88, è la voce più amata dai «millenials» e non solo. Con dischi, romanzi e raccolte di liriche si è imposto all’attenzione del pubblico, soprattutto quello dei giovani. Dopo una vita di viaggi ed esperienze estreme, dalla filosofia indiana allo sciamanesimo, Gio è tornato in giro per l’Italia: stasera venerdì 24 luglio alle 21.15 è in concerto al castello di Villafranca per la rassegna «Villafranca non si arrende». La data fa parte di Albero Ma Estro Tour. Il concerto si terrà anche in caso di maltempo: gli spettatori potranno entrare al castello con un ombrello senza punta. 

 

Poesie, canzoni, romanzi. Evan, cosa lega tutto questo insieme? «Il pensiero. Sono un pensatore accanito: quando è stretto nel corpo, il pensiero diventa musica, canzoni, liriche… Non si pensa mai in una sola forma. È l’arte: l’opportunità di modulare il pensiero in direzioni e forme diverse».

 

In un periodo in cui siamo tutti distratti, lei com’è riuscito a farsi ascoltare? «Per sfinimento. Nel Vangelo Gesù dice: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Io ho preso il pubblico per sfinimento».

 

Cos’è sacro, per lei? «Tutto. Non c’è cosa che non sia sacra. E bella. Sacralità e bellezza appartengono a ciò che vibra su questo pianeta. Ci sono però cose che stanno perdendo il sacro. Quando noi togliamo il sacro da noi stessi, rinunciamo al nostro spirito. Lo sciamanesimo la definisce la perdita dell’anima».

 

Centinaia di migliaia di follower sui social. Che significa? Che lei ha ragione? Che è accettato? «No, la gente in realtà spera che uno possa sbagliare per avere la propria piccola tragedia quotidiana. Tutti noi seguiamo qualcuno per avere un silente confronto. E poi la musica e la poesia sono materiali condivisibili».

 

A lei piace ribaltare frasi fatte, scomporre locuzioni… Perché non lascia stare le parole? «Non sono io che le manometto; sono loro che vengono da me, piangendo, a chiedermi di cambiarle, di sorprenderle e stravolgere. Le parole vibrano a certe frequenze, hanno una loro vita e bisogna proteggerle o combatterle. Dentro una parola c’è un mondo che dobbiamo esplorare».

 

Cos’hai rischiato per arrivare fino a qui? «Ho messo in gioco tutto. A 18 anni sono andato a vivere in India senza nemmeno 20 euro in tasca. Avevo una grande voglia di immersione: cioè in me ergere. Volevo costruirmi di nuovo. In realtà rischiare è una parola grossa; non avevo niente da mettere sul banco. Più che perdere, ho rinunciato a tutto».

 

Nella vita lei è selvaggio? «Da uno a dieci, sono selvaggio Marlon Brando. Vivo in un bosco, da solo, con gli animali. Il mio secchio dell’umido sono i cinghiali. Sto cercando di riavvicinarmi agli uomini. La vita ti dà una corda: sta a te essere funambolo – e io mi sento funambolo – oppure restare attaccato con le mani alla corda sperando di non cadere».

 

La prima volta che abbiamo letto una sua poesia è stato nel post con cui la presentatrice Elisa Isoardi lasciava Matteo Salvini. Cos’ha pensato, leggendolo? «A niente. Migliaia di persone condividono le mie poesie. Non è mio compito selezionarle».

 

Ma da quel momento lei ha avuto degli ascoltatore in più. Noi, per esempio. «Sarei arrivato da voi comunque. Non ho dubbi».

 

Nel 2020 si può vivere di poesia? È una follia che devono permettersi anche altri? «Sì, se la tua poesia è sincera, sì. Se le tua poesia è menzogna, è giusto che ti seppellisca da solo. Se non sei vero, è meglio che tu sia concime». 

Giulio Brusati