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Lavoro e nuove regole

Smart working, si torna al pre Covid: ecco le scelte delle aziende veronesi

Finisce la fase d’emergenza: ora saranno gli accordi aziendali a regolare il lavoro agile. L’indagine di Confindustria mostra che nel 2022 per un’azienda su quattro questa misura era «strutturale»

È l’ennesima misura emergenziale dell’epoca Covid arrivata al capolinea. E, fra le tante, sarà probabilmente una di quelle che lascerà un’eredità più pesante, nell’organizzazione delle aziende ma anche nell’equilibrio tra lavoro e vita privata delle persone. Dal primo aprile lo smart working è tornato alla gestione ordinaria anche nel privato: il 31 dicembre scorso era già toccato alla pubblica amministrazione.

Si è conclusa quindi la fase di emergenza che ha permesso inizialmente a tutti i lavoratori, e poi soltanto a quelli affetti da patologie gravi e ai genitori di ragazzi al di sotto dei 14 anni, di lavorare da remoto anche tutti i giorni, senza alcun bisogno di ottenere il consenso del datore di lavoro.

Ora si torna alla «normalità» e quindi, dal punto di vista delle procedure, all’accordo individuale o aziendale. Per lo smart working è quindi necessario un documento scritto, siglato e accettato da entrambe le parti in causa, la cui durata potrà essere limitata o indeterminata, pattuendo una collaborazione da remoto totale o parziale, con un certo numero di giorni mensili in cui recarsi sul posto di lavoro. 

Prima e dopo

I tanti lockdown avevano costretto tutte le aziende, da un giorno all’altro, a organizzarsi per permettere ai dipendenti di lavorare da remoto al fine di garantire la produttività. Dopo i picchi registrati in quei mesi e una graduale riduzione successiva, nel 2023 i lavoratori da remoto nel nostro Paese si sono assestati a 3,585 milioni, in leggera crescita (+0,4%) rispetto ai 3,570 milioni del 2022, ma ben il 541% in più rispetto al pre-Covid. Nel 2024 si stima saranno 3,65 milioni gli smart worker in Italia (+1,8% sul 2023) secondo l'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano.

 Secondo un’indagine realizzata da Confindustria, nella provincia di Verona nel 2022 (ultimi dati disponibili) il 46,9% ha utilizzato il lavoro agile, a fronte di una media nazionale del 43,2%: nel dettaglio, il 23,5% è stato lavoro agile «emergenziale», regolato dalle disposizione del Governo, e la stessa percentuale è stata invece di lavoro agile «strutturale», frutto quindi di un accordo aziendale. Complessivamente il 37,8% dei lavoratori (dipendenti non dirigenti) ha utilizzato lo smart working, più della media nazionale che si è fermata al 35,9%.

Ora, considerando che, come scritto prima, l’Osservatorio del Politecnico di Milano stima per quest’anno un incremento a livello Paese dei lavoratori in smart working, e che la provincia di Verona su questo fronte ha mostrato percentuali più alte della media nazionale, è lecito pensare che nonostante la fine dello stato emergenziale, le imprese che adotteranno questo strumento non caleranno. Anche perché, stando sempre all’indagine di Confindustria, i vantaggi sono numerosi. 

La rilevazione

Nove aziende veronesi intervistate su dieci, hanno rilevato almeno un vantaggio dall’utilizzo del lavoro agile. Migliore attrazione delle risorse umane strategiche (58,3%), riduzione dell’assenteismo (33,3%), riduzione dei costi aziendali e miglioramento dell’efficienza energetica (19,45) sono i principali benefici, mentre il 43,2% ha individuato almeno una problematica, a fronte di un 30,8% a livello Paese. La criticità più diffusa tra le imprese veronesi: la difficoltà di comunicazione tra il personale (21,6%) seguito a ruota dal minore senso di appartenenza da parte di chi ne usufruisce (13,5%). 

 

 

Gli esempi

Numerose le imprese che hanno adottato lo smart working all’inizio per necessità, rendendosi conto poi dei vantaggi che questo strumento era in grado di portare, non solo ai lavoratori. Tanto da farlo diventare strutturale. «Noi lo abbiamo implementato post emergenza applicandolo ai ruoli nei quali era possibile, attraverso una pianificazione con i responsabili», spiega Paola Pillon, direttore delle risorse umane di Sika, il gruppo che nel 2018 ha acquisito la veronese Index e che conta complessivamente 350 dipendenti.

«La policy che ci accompagna dalla fine dell’emergenza Covid», spiega Pillon, «prevede la possibilità di usufruire di due giorni a settimana di smart working, pianificabili su base delle esigenze lavorative, più altri due giorni al mese per coloro che hanno figli under 14». I vantaggi? Pillon parla di «benefit per i lavoratori sotto tutti i punti di vista. Inoltre questo strumento permette all’azienda di essere più competitiva e attrattiva verso i talenti».

Tra le imprese veronesi che hanno reso il lavoro agile strutturale c’è Gsk, il cui accordo prevede fino al 50% di smart working su base mensile: ad usufruirne è la totalità dei lavoratori. E poi Coca Cola Hbc con 12 giorni al mese e Generali, quindi anche Das e Cattolica divenuta un business unit del gruppo, dove l’accordo sindacale per il lavoro agile prevede tre giorni di «smart» e due in presenza, con il 95% delle persone che lo utilizzano. 

La strada sembra ormai spianata: si inizia anche ad incardinare in Parlamento la discussione sulla settimana corta. Il dibattito, in Commissione Lavoro della Camera, partirà in questi giorni. 

Francesca Lorandi

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