Statistica

Gli over 65 nel 2031 cambieranno il volto di Verona

Fra 9 anni nella provincia scaligera a fronte di 100 under 14 ci saranno 422 «super adulti».

Riavvolgere la bobina a 40 anni fa aiuta a schematizzare l'involuzione della situazione demografica di Verona. Nel 1982, ogni 100 minori fino ai 14 anni di età, c'erano 65 ultrasessantacinquenni. Nel 2021 il rapporto è di 100 a 165. Ma la situazione peggiora guardando ad un futuro davvero prossimo. Nel 2031, ovvero tra nove anni, ogni 100 bambini e ragazzi gli over 65 saranno 422 (fonte: Spi Cgil Verona che elabora dati Istat). Una proporzione mutata a causa del crollo delle nascite, del prolungamento della vita media, oltre che dall'arrivo nella fascia dei pensionati della nutrita schiera dei nati negli anni '60.

La dinamica in riva all'Adige è appena attenuata rispetto ad altre città del Nord. La nostra è l'unica provincia in Veneto che ancora cresce: nascono più bambini (qui una donna ha 1,37 figli, in Veneto 1,29 e nel Paese 1,27, ndr) e nuovi abitanti si aggiungono ogni anno, portando la popolazione a quota 260mila residenti. Tuttavia qui la tendenza è delineata e il boom degli over 65 determinerà nuovi bisogni ed emergenze se non ne saranno pianificati impatto e ricadute già dai prossimi anni. In regione, infatti, a circa 4,9 milioni di abitanti, al 2038 sono previsti 188.705 residenti in meno (-3,8%), secondo DemoSi Cresme che elabora informazioni Istat. Peggio ancora andrà a livello nazionale: gli oltre 60,3milioni di italiani caleranno di 3,5milioni (-5,9%). In pratica nascerà un bambino ogni cinque anziani. Lo scenario è desolante. Gli over 65 in Italia sono attualmente oltre 14 milioni; aumenteranno del 17% in dieci anni, fino a quota 16,5 milioni per toccare il picco assoluto nel 2.046, quando supereranno i 19 milioni.

In dieci anni le persone che hanno almeno 65 anni sono incrementate di oltre 1,5 milioni, come evidenzia l'Osservatorio Censis-Tendercapital nello studio «La Silver Economy tra nuove incertezze e prossimità». Eccezionale, tra l'altro, la performance degli over 80, balzati del 22,7%, fino a raggiungere gli attuali 4,5 milioni pari al 7,6% della popolazione. Un'onda grigia che sale, mentre la cifra degli abitanti totali si riduce di oltre 1,1 milioni di persone, e che orienterà sempre più tendenze e consumi, come ha intuito da tempo Marco Malvaldi dalla cui penna hanno preso vita i vecchietti del BarLume, stabilmente al tavolino del locale nel centro dell'immaginaria Pineta.

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A Verona e provincia gli over 65 pensionati sono già circa 200mila. A censire la loro condizione e disponibilità di spesa è soprattutto Spi Cgil Veneto che elabora annualmente dati del ministero dell'Economia e delle Finanze e Inps. Il sindacato dei pensionati veronese, dati Inps alla mano, evidenzia che i trattamenti pensionistici erogati sul territorio sono circa 261mila. Il numero dei precettori si ottiene dividendo per 1,3 il totale degli assegni erogati. Si calcola infatti che un pensionato percepisca, in media, 1,3 pensioni: il caso tipico è quella della vedova che riceve anche la reversibile del marito, ma c'è chi è assegnatario anche di invalidità e altri trattamenti di tipo sociale.

«La prima nota che salta all'occhio è che il 62,9% delle pensioni veronesi (261.156 i trattamenti erogati nel 2021, ultimo dato disponibile aggiornato al marzo scorso, ndr) è al di sotto dei mille euro lordi mensili. Quindi la maggior parte dei pensionati è impegnata a sbarcare il lunario facendo i conti al centesimo per riuscire a pagare bollette e a mangiare», afferma subito il segretario locale, Adriano Filice. Anche in questa fascia ci sono differenze di reddito tra gli uomini e le donne, che spesso hanno sommato buchi retributivi, costrette a lasciare l'impiego per accudire figli, anziani o che hanno dovuto subire dei contratti part time. Gli anni trascorsi ad occuparsi del welfare familiare adesso pesano sulla loro capacità di spesa e per molte lavoratrici sarà lo stesso in futuro, perché i servizi per la famiglia sono ancora carenti. Solo un 20% circa di pensionati locali riceve assegni dal valore lordo mensile superiore ai 1.500 euro (hanno un importo identico o superiore circa il 21,7% dei trattamenti erogati sul territorio). Questa quota di over a Verona incassa il 48,7% del totale del monte erogato (130milioni di euro), mentre chi non arriva a mille euro al mese lordi assorbe il 32,59% della spesa totale.

La platea dei primi determina le cosiddette tendenze della Silver Economy, ovvero indica verso che tipologia di consumi si orientano i più sani e abbienti. «Le priorità sono le cure, in particolare la capacità di spesa degli over 65 si misura sulla possibilità di fare ricorso al dentista quando serve; sulla capacità di spendere in un'alimentazione di qualità per ridurre obesità e rischio cardiovascolare; infine sull'autonomia di investire in viaggi e accesso alla cultura», elenca Filice.

Se però tra nove anni la percentuale di popolazione ultrasessantacinquenne aumenterà in modo esponenziale, le tendenze si consolideranno e occorrerà dare nuove risposte, sociali e sanitarie. «La stessa città dovrà essere più vivibile per gli anziani: serviranno taxi a prezzi calmierati o autobus che propongano corse frequenti e possano essere agevolmente presi da chi ha difficoltà di postura o movimento; le case dovranno essere progettate in modo sempre più consono, serviranno parchi e luoghi di aggregazione, anche per chi non potrà permettersi troppe vacanze. I servizi dovranno essere distribuiti in modo omogeneo tra centro e quartieri, per evitare faticosi spostamenti», prosegue il sindacalista. Le riflessioni di Filice trovano conferma negli esiti del recente studio Censis-Tendercapital, presentato il mese scorso a Roma.

La maggior parte degli anziani intervistati dichiara di aver scelto un'abitazione che permette di raggiungere con una passeggiata massima di 20 minuti bar, farmacie, supermercati o negozi di prossimità per fare la spesa, ristoranti o trattorie, oltre all'ambulatorio del medico di medicina generale. Il 62,3% dichiara anche di abitare vicino a un familiare. «Avere parenti, amici e servizi essenziali nel quotidiano in prossimità non è solo comodo, ma ha un effetto di rassicurazione decisivo, tanto più dopo l'esperienza pandemica - riflettono i ricercatori che hanno confezionato lo studio -. Oggi gli anziani hanno assoluto bisogno di essere convinti che le tante paure del quotidiano possano essere gestite, affrontate e, con opportune scelte individuali e collettive, ben controllate. Per far fronte agli inconvenienti di natura economica, inoltre, puntano maggiormente su soldi fermi, pronti all'uso».

Infatti, 9 su 10 sono consapevoli che l'inflazione in atto riduce il potere d'acquisto ed erode il valore reale dei risparmi in contante. Eppure, il 54,3% di loro non ha alcuna intenzione di investire il denaro che detiene in contanti. La grande paura è il futuro e soprattutto la non autosufficienza. Tra i 65 e gli 80 anni la popolazione di pensionati in genere è autosufficiente, si occupa di sé e anche dei figli e dei nipoti, offrendo un contributo indiscutibile al welfare familiare. Dopo gli 80 però cresce la percentuale di chi entra nella spirale delle malattie croniche, soprattutto alzheimer, demenza senile e parkinson. Ecco dunque che si apre una dicotomia: da una parte i cosiddetti «super adulti», termine coniato qualche anno fa da Odile Robotti, amministratore unico di Learning Edge, che sono over 65 autonomi, sani e spesso ancora in attività professionale e dall'altra la fascia più anziana e spesso malata. «Una società che si prepara a gestire il domani deve creare i servizi necessari a prevenire e curare le malattie della terza età, che portano alla completa non autosufficienza», riflette Filice. L'Italia, uno dei Paesi al mondo con la vita media più lunga e in cui gli anziani cresceranno di più in numero, non ha ancora una legge sulla non autosufficienza. «Il Covid è stato uno spartiacque per misurare l'efficienza della medicina territoriale e farci capire se ci sono sufficienti strumenti per la prevenzione. In provincia ci sono enormi falle nella medicina territoriale: ci sono ancora 146 zone carenti, cioè scoperte o parzialmente scoperte da medico di base. Serve costruire case della salute e ospedali di comunità, incentivare l'aggregazione tra medici. Anche i Comuni possono fare la loro parte mettendo a disposizione locali idonee per gli ambulatori», afferma il rappresentante di Spi Cgil Verona.

Per potenziare i servizi ci sono i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e gli standard dettati dal decreto ministeriale 77 dello scorso 23 giugno. «La "rivoluzione" del sistema socio-sanitario territoriale è possibile e attuabile in modo concreto ed efficace. Per raggiungere lo scopo, infatti, in Veneto ci sono circa 316 milioni di euro, destinati appunto ai progetti dedicati ai servizi di prossimità, dall'assistenza domiciliare alle case di comunità, dai medici di medicina generale alla presa in carico degli anziani non autosufficienti», sottolineano Elena Di Gregorio, Tina Cupani e Debora Rocco, segretarie generali dei pensionati di Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil del Veneto. Con la «Missione 5 - Inclusione e coesione» arrivano 90 milioni per progetti sull'autonomia dei non autosufficienti (24 milioni e 600mila euro), che in Veneto sono 183mila per l'82% assistiti in casa. Serviranno ad interventi mirati al rafforzamento dei servizi sociali domiciliari per prevenire l'ospedalizzazione (5 milioni e 280mila euro) e a percorsi di autonomia per le persone con disabilità (circa 25 milioni e 500mila euro).

La «Missione 6 - Salute» finanzia invece con 226 milioni la sanità territoriale: circa 135 milioni e 400mila euro serviranno per le case di comunità e la presa in carico delle persone, 16 milioni per le cure a domicilio e la telemedicina e altri 73,8 milioni per il rafforzamento dell'assistenza sanitaria intermedia. «La sfida da cogliere - va ripetendo Alessandro Rosina, ordinario di demografia all'Università Cattolica di Milano, che al tema ha dedicato il libro a «Crisi demografica. Politiche per un Paese che ha smesso di crescere» (edizioni Vita e Pensiero 2021) - è di migliorare anche la qualità di vita nelle età tradizionalmente anziane, spostando in avanti la fase finale caratterizzata da malattie croniche e non autosufficienza. Va incentivato lo sviluppo di nuove tecnologie abilitanti, oltre alla mobilità e sicurezza in ambiente domestico nelle età più avanzate. Ma serve anche il miglioramento del sistema sanitario e un rafforzamento dei servizi di assistenza domiciliare integrata per i più fragili». La domanda di cura nei loro confronti è crescente e rischia di mettere in crisi il welfare «fai da te» del le reti di solidarietà familiare. .