<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=336576148106696&amp;ev=PageView&amp;noscript=1">
la festa delle donne

Paola Barbato: «L'8 marzo? Prendiamo consapevolezza che siamo arrivati fin qui e non arretreremo di un passo»

di Paola Barbato
La scrittrice: «Siamo finite in una guerra che molte di noi non sapevano di essere destinate a combattere. Sfruttiamo questo giorno per dare peso a ogni passo che abbiamo fatto e alle consapevolezze raggiunte»
La scrittrice Paola Barbato
La scrittrice Paola Barbato
La scrittrice Paola Barbato
La scrittrice Paola Barbato

Quando ero piccola, l'8 marzo significava qualcosa di semplice. Gli uomini di casa, padri, mariti, figli, portavano alle donne di casa mazzolini di fiori gialli e facevano loro gli auguri. Capitava anche che certi negozi facessero omaggio dello stesso fiore alle signore di tutte le età e perfino alle bambine, con mia grande soddisfazione. Era una ricorrenza semplice, che si esauriva con poco: «viva le donne», due sorrisi, magari un'uscita a cena, l'immancabile servizio al telegiornale che mostrava signore compiaciute di ricevere l'omaggio.

Col passare degli anni, però, ho sentito crescere in me e intorno a me l'insofferenza per questa giornata, che improvvisamente suonava più riparatrice che celebrativa. Era l'omaggio una tantum a metà del genere umano, la gratificazione di un giorno, e poi non cambiava nulla. Il nulla che non cambiava sembrava essere il ruolo rigido all'interno della società, la disparità di trattamento dal punto di vista economico e lavorativo, il numero minore di opportunità offerte.

Da gioiosa ricorrenza dei fiorellini gialli, l’8 marzo era diventato, ai miei occhi, la giornata del fastidio, e se qualcuno mi faceva gli auguri rispondevo: «Non siamo mica panda, che hanno bisogno di auguri perché si stanno estinguendo».

La mia era una boutade da ragazza, e invece, inconsapevolmente, nelle mie parole c’era un piccolo seme di verità. La bomba è esplosa di recente, e non c’è da stupirsi, perché da sempre le radici del malessere necessitano di molto tempo per poter emergere. Da qualche anno l’8 marzo è diventato il giorno della conta dei morti, il bilancio di una guerra che molte di noi non sapevano di essere destinate a combattere. Questa stessa data si è trasformata in una dichiarazione di guerra alla guerra stessa, trasformandosi in punto di scontro, il giorno in cui al posto di celebrazione o riparazione è arrivata l’alimentazione delle animosità. E a chi risponde che è una tradizione e che i fiorellini gialli non hanno mai fatto del male a nessuno, si risponde con le armi spianate.

In linea con i tempi

Dunque? Dunque l’8 marzo è da buttare? Sarebbe una tendenza in linea con i tempi, oggi quando qualcosa non funziona nel modo in cui vorremmo, lo prendiamo e lo buttiamo via. Mia madre era nata nel 1929, aveva visto la guerra, aveva avuto fame, era stata molto malata. Quando, con grande determinazione, era riuscita a ottenere un lavoro di prestigio, una posizione dirigenziale in un’agenzia pubblicitaria, aveva scoperto di venire pagata molto meno dei colleghi maschi. Iniziò una piccola guerra personale che, quando rimase incinta, si tradusse in mobbing, fino a quando non la costrinsero a licenziarsi.

Eppure se c’era una cosa che non sopportava, era di buttare via le cose. Tradusse la sua esperienza facendone altro, così come, quando un oggetto si rompeva, in casa nostra, gli trovava una nuova funzione, a volte buffa, altre migliore di quella precedente. Secondo me, se avesse potuto decidere lei cosa fare dell’8 marzo, dato che non deve più essere una celebrazione vuota della mera esistenza della donna, ma nemmeno deve essere soltanto un promemoria di tutto ciò che c’è di sbagliato e ancora da sanare, avrebbe provato a convertirla in altro.

Sarebbe rimasta la giornata della conta, sì, ma delle vittorie, anche di quelle piccole, di ogni obiettivo raggiunto, ogni ostacolo superato.

Battaglie e diritti

Di tutte le grandi battaglie ci occupiamo sempre, tutto il resto dell’anno, ma quel giorno, questo giorno, lo potremmo sfruttare per dare peso a ogni passo avanti che siamo riusciti a fare, alle consapevolezze raggiunte, ai diritti consolidati. Una celebrazione concreta che non si costruisce sulle aspirazioni future o sulle recriminazioni del passato, ma si fissa sull’oggi, sull’adesso.

Se stiamo scalando una montagna, l’8 marzo sia il giorno in cui ci fermiamo a piantare un picchetto e a prendere consapevolezza che siamo arrivati fin qui e non arretreremo di un passo. Tutti insieme, come società, uomini e donne, ognuno con le proprie capacità, facendo ammenda, trovando il coraggio, proteggendo ciò che è fragile, smantellando ciò che è sbagliato.

Ho sentito dire, recentemente, che ci vorranno altri centocinquant’anni per poter raggiungere la vera parità. E allora, trasformiamo ogni 8 marzo in una tacca che ci porterà più vicini a raggiungere il nostro obiettivo.

Suggerimenti