NE HANNO FATTE DI TUTTI I COLORI

Ocra gialla a Sant’Ambrogio
Ocra gialla a Sant’Ambrogio
Ocra gialla a Sant’Ambrogio
Ocra gialla a Sant’Ambrogio

«In natura, la luce crea il colore. Nella pittura, il colore crea la luce», sintetizzava Hans Hofmann, esponente dell’Espressionismo astratto. Di suo, Andrea Dolci aggiunge un'altra proprietà del colore: «È socialmente trasversale», non fa differenze. Fa piuttosto parlare lo stesso linguaggio un artista, un architetto, un imbianchino, un muratore: un terreno comune dal quale trarre ispirazione, sul quale provare sensazioni, talora ossessioni, e sperimentare, mettere in pratica idee. Andrea Dolci è il titolare della Dolci Colori, fondata nel 1910 da Arturo che poi nel 1961 la cedette definitivamente al figlio Mario, che nel 1976 la condivise con i figli Alberto e Giuliano, che nel 2006 la ricevette dal fratello insieme al figlio Andrea che cinque anni ne divenne unico proprietario. Scritta così sembra «Alla fiera dell'Est» di Angelo Branduardi, ma in questo caso nessuno si è mangiato o morso o preso a bastonate nessuno. Quella dei Dolci è piuttosto una storia di imprenditorialità illuminata, affetti, amori e rispetto sviluppatasi in 111 anni all'indirizzo di sempre: via Cantarane 16 a Verona, dove sin dal primo giorno ha sede la «fabbrica del colore» creata dal capostipite Arturo, mutata solo nel capannone (all'origine in legno e metallo, dopo un bombardamento ricostruito in cemento e muratura). Una fabbrica a conduzione familiare che ha clienti in tutto il mondo: lo sono, per esempio, produttori di colore del calibro della Maimeri, Talens, Sennelier, Winsor & Newton. Daniela Rosi ne ha raccontato il secolo e più di storia nel libro «Conosci la fabbrica dove fioriscono i colori? Il colorificio Dolci nel cuore di Verona» stampato dalle Grafiche Aurora di Verona a dicembre che, tra l'altro, si è classificato al secondo posto tra i 64 partecipanti da tutta Italia al Premio Omi (Osservatorio monografie d'impresa) per la migliore monografia istituzionale d’impresa. E pensare che il tema è terra terra, nel vero senso della parola: la materia prima dei colori sono sassi e scaglie provenienti dalle cave e lavorati lì, in via Cantarane 16, dove poteva capitare che un giorno si presentasse un cavatore con 25 chili di terra rossa proveniente da un giacimento appena scoperto nella zona del Monte Calvarina, nell'Est veronese. Accadde nel dopoguerra: i Dolci, entusiasti per la scoperta e per la qualità, offrirono 5.000 lire per ogni camion di quell’ottima terra rossa, immaginando già i colori che se ne sarebbero potuti ottenere una volta lavorata. Rosi, in questo album di famiglia arricchito da foto d’autore, ha dedicato un capitolo, un ritratto, a ognuno dei Dolci, alla loro umanità, alla loro passione (la montagna, soprattutto): da Arturo che fu tra i primi imprenditori a introdurre il cosiddetto sabato inglese (il sabato pomeriggio libero affinché ogni operaio avesse tempo da dedicare alla propria famiglia), passando dal figlio Mario che istituì il venerdì del baccalà (a pranzo tutti i dipendenti mangiavano insieme il baccalà preparato da sua moglie, la signora Maria) e che piuttosto di licenziare qualcuno - cosa che non fece mai, nemmeno nei tempi bui della guerra, avrebbe preferito finire sul lastrico lui, e giù giù fino ad Alberto, Giuliano e Andrea che ha a cuore le relazioni culturali – la fabbrica è aperta alle visite - , alle loro mogli e ai dipendenti (otto, attualmente). Ma anche al mondo di architetti, artisti e collaboratori che ha ruotato e ruota attorno a via Cantarane 16, dove non manca una parte museale: una ricchissima collezione di terre colorate, molte delle quali non propriamente facili da reperire. Ciascuna indicata con i luoghi di provenienza o per similitudini. Prendete i verdi, per esempio: Arturo Dolci, il capostipite, li catalogò di proprio pugno come Verde Moresco, Verde Idra, Verde Oriente, Verde Medusa, Verde Zinco Omega, Verde Italia, Verde Vagone, Verde Vagone Baviera, Verde Auto, Verde Erba Superiore, Verde Omega Montano, Verde Mitis Omega. Sfumature, d’accordo. Ma sono le sfumature a fare la differenza. •

Andrea Sambugaro

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