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La morte di Benedetto: l'intervista/2

Messori: «Quando a Ratzinger dicevano che era un "grande inquisitore" lui sorrideva e scuoteva la testa...»

di Paolo Rodari
Vittorio Messori ha scritto a quattro mani con Joseph Ratzinger «Rapporto sulla fede»
Joseph Ratzinger e Vittorio Messori
Joseph Ratzinger e Vittorio Messori
Joseph Ratzinger e Vittorio Messori
Joseph Ratzinger e Vittorio Messori

«Sono sicuro di quello che dico: Joseph Ratzinger è andato diritto in Paradiso. Non siamo noi quindi a dover pregare per lui, ma dobbiamo piuttosto chiedere a lui di pregare per noi, di sostenerci nel difficile cammino della nostra vita».
Il telefono di Vittorio Messori suona senza sosta nella sua casa di Desenzano sul Garda. Vi si è trasferito nel 1990 da Milano, sei anni dopo aver messo in pagina il capolavoro della sua vita, quel “Rapporto sulla fede“ scritto a quattro mani con l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio, appunto Ratzinger. Tutto il mondo ne parlò, soffermandosi soprattutto sulle parti inerenti alla denuncia dei pericoli e delle difficoltà della Chiesa, quindi sulla condanna della teologia della liberazione, una condanna che poi Francesco ha di fatto superato. Fu anche “grazie“ a quel testo che Ratzinger iniziò a essere definito il “Grande Inquisitore”, il watchdog della fede, intransigente e conservatore.


Messori, era davvero così Ratzinger, un grande conservatore?
Assolutamente no. Sorrido quando sento queste cose. Era un uomo buono, onesto, pronto ad accettare le posizione degli altri, sempre aperto verso tutti. Prendeva posizioni anche scomode ma mai con la volontà di chiudere, piuttosto per ribadire ciò che riteneva giusto ma sempre aperto al confronto. Quello che mi ha sempre fatto sorridere è che l’hanno spesso presentato come un uomo che controllava tutto ed era pronto a fare tacere le altre persone. In realtà, ripeto, difficilmente ho conosciuto una persona come lui pronta ad accettare la posizione degli altri.


Tuttavia, oggettivamente, prese posizioni anche molto dure…
Ma lui voleva più che altro conservare la fede, ma insieme senza chiudere.


Secondo lei sapeva di essere ritenuto in Grande Inquisitore?
Non saprei, ricordo tuttavia che nel corso di un nostro incontro quando era cardinale mi chiese: “Mi racconti quali battute fanno su di me“. Gli dissi ciò che molti sostenevano di lui, ma lui non si arrabbiò, piuttosto sorrise di gusto scuotendo la testa...

 

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Quando l’ha incontrato l’ultima volta?
Mi chiamò lui poco più di un anno fa. Dopo la rinuncia al soglio di Pietro del 2013 non avevo avuto più occasione di incrociarlo. Mi fece chiamare dal segretario che mi disse che Benedetto mi voleva vedere. Il giorno dopo ero da lui al Mater Ecclesiae. Ci siamo abbracciati. Mi disse: “Si segga qui, però dimentichi di essere giornalista“. Non voleva che uscendo da lui scrivessi qualche articolo. Ricordo, fra le tante cose, che mi chiese cosa pensassi della vita della Chiesa. Gli dissi il mio pensiero in modo franco. Mi ascoltò in silenzio e alla fine mi rispose: “Non ho altro che la preghiera, e basta“.


Come nacque il vostro libro?
Facevo il giornalista. Mi misi in testa di intervistarlo. Tutti mi dicevano che era impossibile: il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede non dà interviste. Ratzinger, tuttavia, aveva letto alcuni miei libri e gli erano piaciuti. Così accettò d’incontrarmi e quindi di darmi una lunga intervista. Ci riunimmo per tre giorni da soli in montagna, c’erano delle suore tedesche che ci davano da mangiare. Per tre giorni rispose a tutto quello che gli chiesi e che poi ho pubblicato nel libro. Era la prima volta che uno che gestiva quell’istituzione parlava dicendo cose che non piacquero a tutti, la sua prospettiva non andava bene a tutti. Il libro creò un grande caos, ma continuano ancora adesso a citarlo e a leggerlo. Diventammo veri amici e, quando andavo a Roma, spesso si andava a pranzo insieme al ristorante. Ogni tanto ci telefonavamo.


Cosa ha pensato quando ha saputo della rinuncia a soglio di Pietro?
Ci ho riflettuto a lungo. Credo davvero che sia una decisione che ha maturato dopo tanta preghiera. E che per questo prima di dire che ha sbagliato, come alcuni hanno detto e ancora dicono, bisogna pensarci bene. La sua scelta va del tutto rispettata. È stato fra i più grandi teologi degli ultimi decenni, sapeva bene quello che faceva. Sarà ora il Padreterno a vedersela con lui. Di certo, era ben consapevole del gesto che faceva e delle conseguenze.


Al di là della difficoltà fisiche che hanno motivato la rinuncia, secondo lei Ratzinger era consapevole della riforma che introduceva nel papato?
Guardi, ogni cosa che faceva Ratzinger la faceva con lucidità e dopo aver ben studiato ogni cosa e ogni dettaglio. Ricordo che quando arrivò a Roma dalla Germania conosceva pochissime parole di italiano. Dopo pochi mesi, tuttavia, riusciva a parlare un italiano perfetto. Non si era limitato a imparare qualche vocabolo o qualche espressione utile per sopravvivere. No, aveva studiato la nostra lingua in ogni sua sfaccettatura e vi si era dedicato con lo zelo che lo contraddistingueva.


La rinuncia ha tuttavia lasciato aperte diverse questioni. In questi anni, ad esempio, c’è chi ha costruito un forte dualismo fra lui e Francesco. Non solo, diverse sue frasi sono state usate soprattutto in Italia da politici del centrodestra per giustificare alcune proprie politiche e prese di posizione. Cosa pensa?
Su questo la pregherei di non farmi dire nulla. Non vorrei creare reazioni scomposte da parte di alcuni. Davvero preferisco tacere, non esprimermi pubblicamente.


Anche lei, come Ratzinger, in effetti in questi anni ha più taciuto che parlato…
In questi anni ho spesso taciuto e anche non mi sono permesso mai di disturbare Ratzinger. Come detto, ho aspettato che mi chiamasse lui. Sapevo che aveva scelto il silenzio e quando uno sceglie il silenzio, questo silenzio va rispettato.


In una parola chi fu per lei Joseph Ratzinger?
Un santo.

 

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