ANNIVERSARI

Indro Montanelli, il veronese

Premio 12 Apostoli, 1977 Gianni Brera, Gianfranco Zigoni, Gigliola Cinquetti e Indro Montanelli
Premio 12 Apostoli, 1977 Gianni Brera, Gianfranco Zigoni, Gigliola Cinquetti e Indro Montanelli
Premio 12 Apostoli, 1977 Gianni Brera, Gianfranco Zigoni, Gigliola Cinquetti e Indro Montanelli
Premio 12 Apostoli, 1977 Gianni Brera, Gianfranco Zigoni, Gigliola Cinquetti e Indro Montanelli

Ce lo vedete un monumento a Indro Montanelli in centro a Verona? L’idea è stata proposta in consiglio comunale al sindaco scaligero, l’estate scorsa, come reazione all’ennesimo atto vandalico sulla statua di un padre nobile del giornalismo -nei giardini pubblici di via Manin a Milano- imbrattata di vernice rossa e con scritte d’odio, qualora il collega primo cittadino milanese avesse consentito al suo trasferimento. Ma perché a Verona? Montanelli ebbe un feeling con la città e si sentì sempre accolto.
Oltre a venire ogni tanto per presentare i suoi libri, era di casa in giuria ai premi culturali “12 Apostoli” al ristorante di Giorgio Gioco e “è Giornalismo” del patron imprenditore legnaghese Giancarlo Aneri, che ha illuminato il suo ritratto in un’intervista per L’Arena: «Nella semplicità dell’uomo c’è anche la grandezza del giornalista. Era uno che stava in mezzo alla gente per sentirsi più solo. Aveva delle grandi malinconie, però aveva passione per il suo lavoro e quando doveva scrivere un articolo il mondo si fermava perché lui era concentrato. Oggi mancano la sua obiettività, l’occhio che vede molto lontano e la correttezza morale».

Ma pure in un caso scomodo per Verona, com’è stato il processo al criminale di guerra Erich Priebke, si è lasciato coinvolgere esprimendo un duro giudizio. Nella rubrica di dialogo coi lettori “La Stanza” del Corriere della Sera, a un anonimo che gli chiedeva conto se fosse giusto l’ergastolo per un uomo di 85 anni dalla salute precaria, pur tra i peggiori ex ufficiali nazisti, rispondeva così: «Se la mia penna potesse qualcosa, il processo Priebke, a 50 anni di distanza dal verdetto della Corte Marziale che lo aveva scagionato, non si sarebbe fatto, e comunque non si sarebbe concluso per volontà di due uomini che ora lo hanno sulla coscienza, ammesso che abbiano una coscienza: il procuratore Intelisano, ma ancor più di lui il ministro della giustizia Flick, che con un atto di arbitrio fece revocare la sentenza che confermava quella di 50 anni fa, e ne ordinò non la revisione, ma il rovesciamento. Caso Priebke, vergogna della Giustizia italiana. Io non gli chiedo di revocare l’ergastolo ma solo di applicargli quel trattamento umanitario che anche la Costituzione concede a chi non chiede di “rifarsi una vita” ma solo di procurarsi una morte decente, cioè senza il “bojolo” e le altre umiliazioni che accompagnano la giornata (io ne so qualcosa) del galeotto». Un intervento da aizzare gli animi, ma la brutta faccenda fu archiviata nel 2000 con la definitiva condanna di Priebke all’ergastolo nel tribunale militare di Verona.

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Lo stile anticonformista e caustico, che ispirava battaglie per la verità, schiene dritte nelle liti, contrasti al servilismo, era il suo pedigree allenato dalla lunga militanza in un giornalismo che gli aveva imposto scelte radicali. Trentacinque anni al Corriere (1938-’73), dove sbatté la porta per la svolta a sinistra del direttore Piero Ottone, smarcandosi poi dal corteggiamento di Ugo La Malfa per candidarsi nel Partito Repubblicano; la fondazione e direzione dei quotidiani “Il Giornale” (1974-’94), in cui volle con sé grandi firme come Enzo Bettiza e Guido Piovene ma che lasciò quando Berlusconi iniziò la politica attiva, e “La Voce” (1994-’95), che durò poco per la disaffezione della destra liberale anti-berlusconiana, disorientata dai suoi eterogenei attacchi politici (un tracollo, da 500 mila a 100 mila copie); infine il ritorno al Corriere per rispondere alle lettere in redazione. Eppure l’Indro nazionale (Fucecchio, 22 aprile 1909 - Milano, 22 luglio 2001), a vent’anni dalla scomparsa, riesce ancora ad essere fresco di stampa. Sono in uscita Paolo Di Paolo con “M. Vita inquieta di un anti-monumento” per Mondadori e Marco Travaglio con “Indro, il 900. Racconti e immagini di una vita straordinaria” per Rizzoli. Il primo mette in copertina, guarda caso, la statua danneggiata nel parco di Milano e ripercorre sia gli anni d’oro che i momenti bui di Montanelli (lì vicino, in un attentato del 1977 fu gambizzato dalle Brigate Rosse). Il secondo, che nella copertina sceglie una foto tipica del suo volto con gli occhi spiritati che fissano il lettore, rievoca l’uomo dal marcato caratteraccio toscano e il professionista che con la sua mitica Olivetti raccontò il secolo scorso in cronache asciutte e briose. Ma dal 2001 l’editoria ha sfornato biografie e saggi, tra cui “Novant’anni controcorrente” (M. Staglieno), “Soltanto un giornalista” (T. Abate), “M. e il Cavaliere” (M. Travaglio), “Fummo giovani soltanto allora. La vita spericolata del giovane M.” (S. Merlo) e “Dove eravamo rimasti?” (A. e G. Mazzuca), a riprova di un pubblico rimastogli sempre fedele.•.

Stefano Vicentini

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