Michele Placido, toccante Re Lear tradito da se stesso

TEATRO ROMANO. La tragedia di Shakespeare in prima nazionale. Grande interpretazione dell'attore e regista in un'opera senza tempo che mostra tanti potenti tramontati, da Hitler a Bin Laden
Michele Placido, al centro, nel ruolo di Re Lear. La tragedia, diretta con Francesco Manetti, è in prima nazionale al Teatro Romano FOTO BRENZONI
Michele Placido, al centro, nel ruolo di Re Lear. La tragedia, diretta con Francesco Manetti, è in prima nazionale al Teatro Romano FOTO BRENZONI
Michele Placido, al centro, nel ruolo di Re Lear. La tragedia, diretta con Francesco Manetti, è in prima nazionale al Teatro Romano FOTO BRENZONI
Michele Placido, al centro, nel ruolo di Re Lear. La tragedia, diretta con Francesco Manetti, è in prima nazionale al Teatro Romano FOTO BRENZONI

Non è un paese per vecchi, quello di Re Lear, tanto più se non hanno alcun potere. È un mondo in disfacimento, pieno di incertezze politiche e astrali, in cui le leggi sono disattese e i legami familiari sconvolti dall'impazienza delle nuove generazioni. Un mondo in cui le parole contano più dei fatti, e proprio la difficoltà di conciliare verbo e anima e l'impossibilità di far coincidere apparenza e sostanza, portano a quell'ira del sovrano che innesca la tragedia. «Noi dobbiamo rassegnarci al peso di questi tempi tristi, e dire quello che sentiamo, non quello che conviene», sono le parole finali che Shakespeare affida a Edgar, l'eroe positivo che salirà al trono. La tragedia, anzi le tragedie, sono già tutte compiute. Nella versione di Michele Placido, in scena in prima nazionale al Teatro Romano fino a sabato, accadono in mezzo a rovine di palazzi antichi e simboli di potere buttati a terra, su cui campeggia una enorme corona rovesciata che mostra al suo interno immagini di potenti tramontati, Hitler, Kennedy, Gheddafi, Bin Laden..., accanto a Marilyn Monroe, Elvis Presley, Pasolini, anche loro metabolizzati dalla Storia. I «tempi tristi» si ripetono e Shakespeare riesce a parlare anche al pubblico di oggi come a quello di ogni civiltà in crisi. Non vogliamo insistere sulla fin troppo abusata «contemporaneità» di Shakespeare, ma nel Re Lear emerge con forza la necessità di valori, di punti di riferimento morali, di un'autorità che pensi al bene comune, di una lealtà basata sull'amore, oggi come al tempo di Giacomo I. Per questo Placido, regista insieme con Francesco Manetti, sceglie una impostazione e un taglio recitativo classico, senza tempo, facendo emergere i momenti filosofici dal meccanismo drammaturgico. Aiutato in questo dall'impianto scenografico e dalle luci che creano un palcoscenico plurale (possibile in spazi ampi come il Romano) e una contemporaneità di azione di tipo cinematografico, e dai costumi moderni con echi elisabettiani. Placido nei panni di Lear è grandioso. Ci offre una splendida parabola discendente del re, fino al tardivo ravvedimento in un composto dolore per la morte della prediletta Cordelia. Un Lear che è uomo tradito innanzitutto da se stesso, dalla propria mente. Colpa della vecchiaia arrivata prima della saggezza, suggerisce giustamente il Matto. Nel momento di andare in pensione, di lasciare il potere alle figlie e dividere equamente il regno, Lear è quasi sbrigativo come se non avesse chiaro il criterio per assegnare le terre e gli bastassero poche moine come bastano ad un bambino - «succede perché delle tue figlie hai fatto le tue madri», gli dirà ancora il Matto, sua coscienza parlante. Perfetto lo sprofondare del re: mentre la spirale di violenza e tradimenti delle perfide Goneril e Regan si traduce in un crescendo di tensione, anche erotica, i movimenti di Lear diventano sempre più lenti e svagati, a svelare la debolezza della mente. In parallelo c'è Gloucester (l'ottimo Gigi Angelillo), tradito da un figlio e salvato dall'altro, vittima della propria credulità e incapace di una lettura matura dell'animo umano. Da segnalare il convincente Brenno Placido (giovane figlio di Michele) che alla saggezza del Matto dà tutta la leggerezza della sua età, e l'eccellente prova di Francesco Bonomo nel ruolo di Edgar, vero asse portante insieme a Placido. E ancora molti applausi strameritati a Giorgio Forges Davanzati (un tagliente Edmund), e con lui a Margherita Di Rauso (Goneril), Federica Vincenti (Cordelia), Linda Gennari (Regan) e Francesco Biscione (Kent). Plauso, dicevamo prima, alle efficaci scene di Carmelo Giammello, alle luci di Giuseppe Filipponio e ai costumi di Daniele Gelsi.

Daniela Bruna Adami

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