«Livore e razzismo si combattono dicendo la verità»

Luciano Canfora
Luciano Canfora

Il pericolo del razzismo di fronte alle migrazioni di massa, la chiusura dei porti e la rivelazione di quel male latente e antico del consenso che premia la demagogia xenofoba, ispirano l’ultimo saggio di Luciano Canfora, «Fermare l’odio» (Laterza) che l’accademico presenterà mercoledì alla Società Letteraria, alle 17, ospite dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. «La vicenda degli spostamenti delle masse coincide con la storia dell’uomo. È puerile volervi porre freno a mano armata». Parte da qui Canfora per analizzare l’egoismo di chi non vuole condividere ciò che ha conquistato, e la deriva dell’odio nel razzismo. Professore, l’odio, dunque, è un malessere latente dal quale l’Europa pensava, dopo due guerre, di essere vaccinata o è nuovo? C’è una sorta di egoismo sempre latente per il quale si guarda con sospetto chi viene da fuori, soprattutto se arriva in gran numero. Ma non è ancora odio. Quando lo diventa? Quando viene attizzato con la propaganda e le false notizie senza che ci sia una reazione uguale e contraria. Negli anni ’90 alla migrazione dall’Albania si rispose subito con un’accoglienza forse improvvisata, ma volenterosa. Oggi, dalla campagna elettorale del 2018 e poi col Governo Lega-Salvini, è in corso un’azione sistematica basata sull’argomentazione “ci tolgono quello che ci spetta” che detto a chi è povero è volta a provocare livore. Che diventa xenofobia, paura dell’altro. È un ritorno del fenomeno? È un prodotto di questi ultimi anni che si sviluppa anche in altri Paesi come con la famiglia Le Pen in Francia che trova ascolto tra i ceti disagiati o come in Ungheria, caso incomprensibile: è un paese che sta bene, che lucra grazie ai fondi dell’Europa, ma sbarra le frontiere. La misura per contrapporsi? Sta nello smascherare le false notizie raccontando la verità. Si parta dai numeri veri. Un lavoro recente di Sergio Romano dà cifre certe del 2015: la Germania ha accolto 1,5 milioni di migranti; l’Italia 170mila. Altro fattore: la nostra decrescita demografica. Nei prossimi anni saremo 5 milioni in meno. Ci sarà il problema di rimpiazzare forza lavoro con persone che, ricordo, non sono selvagge: hanno competenze, titoli di studio, conoscono l’inglese. Nel suo libro parla di una struttura federale euroafricana che graviti sul Mediterraneo. Sì e non è un concetto nuovo. Nel XIX secolo l’Europa scelse di integrare il continente nella sua economia, ma in modo subalterno e colonialista. Se è accaduto una volta può essere riproposto, in forma umanitaria. L’Africa è in forte crescita demografica. L’occhio guardi al futuro e a cosa abbia senso nei prossimi dieci anni.

Maria Vittoria Adami