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LA SCOPERTA

La «Resurrezione di Cristo» di Mantegna: nel cerchio rosso la croce che ne certifica l’attribuzionePaola Artoni (a destra) e i rilievi sul dipinto
La «Resurrezione di Cristo» di Mantegna: nel cerchio rosso la croce che ne certifica l’attribuzionePaola Artoni (a destra) e i rilievi sul dipinto
La «Resurrezione di Cristo» di Mantegna: nel cerchio rosso la croce che ne certifica l’attribuzionePaola Artoni (a destra) e i rilievi sul dipinto
La «Resurrezione di Cristo» di Mantegna: nel cerchio rosso la croce che ne certifica l’attribuzionePaola Artoni (a destra) e i rilievi sul dipinto

¬ Un Mantegna perduto, «risorto» grazie agli studiosi dell’università di Verona. Una scoperta che ha avuto origine da una croce. Piccola, non evidente, dai colori sbiaditi. Ma visibile, ad un occhio esperto come quello di Giovanni Valagussa, conservatore dell’Accademia Carrara di Bergamo. Quella tavola della «Resurrezione di Cristo», 42 centimetri per 38, nemmeno era esposta nella pinacoteca. Si trovava nei depositi, considerata una copia o un’opera di bottega di Andrea Mantegna. Ma quando Valagussa, impegnato nella preparazione del catalogo dei dipinti antichi del museo, l’ha ripresa in mano, quel dettaglio gli è subito saltato all’occhio. Se l’è tenuto per sé per un po’ di tempo fino a quando lo scorso anno, in un tardo pomeriggio di primavera, nei saloni della «sua» galleria ha incontrato Paola Artoni, la funzionaria responsabile del Centro Laniac del dipartimento di Culture e civiltà dell’università di Verona. Qualche mese prima l’ateneo aveva siglato una convenzione con la pinacoteca e la studiosa era lì per analizzare alcuni dipinti di Raffaello e del Perugino, insieme al collega dell’università spagnola di Lleida Miquel Herrero. «Valagussa ci ha mostrato quella tavoletta, senza fare alcun commento», ricorda Artoni, «noi l’abbiamo osservata, facendo poche domande. Poi ci ha indicato la croce alla base del dipinto, spiegandoci la sua intuizione». Una croce identica a quella che svetta in cima al bastone al quale si appoggia il Cristo risorto del quadro. Che senso poteva avere? Valagussa da mesi stava indagando: uno dei temi classici dei dittici e dei trittici sulla resurrezione era la discesa di Gesù nel Limbo. E ce n’è una notissima, dipinta dal Mantegna e venduta all’asta ad un privato nel 2003: di dimensioni uguali, rappresenta un Cristo che si regge su un identico bastone, al quale manca però la croce. Eccola l’intuizione: le due rappresentazioni, probabilmente le parti di un dittico, dovevano essere state divise e la croce del dipinto più basso doveva essere rimasta in quello superiore. Ora, però, serviva un supporto scientifico che era in grado di dare Artoni, con la collaborazione di Herrero e delle tecnologie in dotazione al Centro Laniac, specializzato in analisi non invasive su opere d’arte antica, moderna e contemporanea. «Eravamo interessati, molto incuriositi, così quello stesso pomeriggio ci eravamo fermati per le prime analisi», racconta la studiosa. Come una detective, alla ricerca di indizi per risolvere un caso. E questa tavola di indizi ne ha rivelati subito diversi. «Con una riflettografia agli infrarossi siamo riusciti a risalire allo strato sottostante la pellicola pittorica: siamo cioè andati oltre il colore arrivando al disegno, quello che aveva visto per l’ultima volta l’artista prima di dipingere la tavola. E abbiamo verificato che la crocetta alla base era evidente, non era un abbaglio». L’analisi sui pigmenti ha messo in evidenza l’oro con cui era stata colorata, uguale a quello dell’aureola del Cristo. Non solo: «Questa analisi ci ha permesso di individuare anche la composizione chimica dei colori, coerente con l’epoca del Mantegna». Insomma, non poteva trattarsi di un’opera tarda. Questi indizi, insieme ad altri raccolti da diversi laboratori e ai risultati del confronto con l’altra tavola, la «Discesa nel Limbo», avevano regalato a Valagussa la conferma della sua intuizione, spingendolo a raccontare al Wall Street Journal la sua scoperta. Nei mesi successivi le ricerche sono proseguite, anche da parte di Artoni ed Herrero, «perché gli esami che realizziamo con le nostre macchine, ad alta tecnologia, non sono invasivi, quindi possono essere ripetibili e ogni volta portare a nuovi elementi da aggiungere al puzzle». Come la datazione dell’opera, collocabile tra il 1492 e il 1493, gli stessi anni nei quali Cristoforo Colombo scopriva l’America. E Mantegna, con ogni probabilità, era invece impegnato ad abbellire la cappella di Ludovico II di Gonzaga nel castello di Mantova: qui, spiega Artoni, sono conservate diverse altre tavole di identiche dimensioni. Dopo un restauro durato circa sei mesi e un viaggio nel Regno Unito, per essere esposta alla mostra «Mantegna and Bellini» alla National Gallery di Londra, la «Resurrezione di Cristo» ha fatto ritorno a Bergamo, all’Accademia Carrara, dove oggi, finalmente, è esposta accanto alle altre opere dell’artista padovano. Il suo valore assicurativo prima della scoperta, quando quindi era in deposito a Bergamo, era di 30mila euro. Per rendere l’idea, la parte inferiore del quadro era stata battuta all’asta per poco meno di 30 milioni di dollari.

di FRANCESCA LORANDI