IL QUARTO CAVALIERE

Donne della War Campo Community, tutte con la mascherina
Donne della War Campo Community, tutte con la mascherina

Stefano Biguzzi Quando si ricorda la pandemia influenzale che divampò sul volgere del primo conflitto mondiale facendo 50 milioni di vittime, cinque volte il numero dei soldati caduti sui campi di battaglia, è difficile non evocare i cavalieri dell’Apocalisse. L’immagine della pestilenza come naturale portato della guerra si perde del resto nella notte dei tempi e, posta in chiusura del lugubre album 1914-1918, suggella il paradosso di uno scontro tra popoli che fu allo stesso tempo vertice di tecnologica modernità applicata alla strage su scala industriale e ritorno alle tenebre di una feroce antichità barbarica. Prima pandemia del ventesimo secolo e più letale tra tutte quelle succedutesi a memoria d’uomo, l’influenza «spagnola» si sviluppò su tre ondate tra la primavera del 1918 e i primi mesi del 1919 (alcuni studi ne identificano anche una quarta nel 1920-21) e prese questo nome perché a darne per primi notizia furono i quotidiani della neutrale Spagna, liberi dalla censura militare che nelle nazioni belligeranti venne utilizzata anche per occultare la gravità del contagio. Come il Covid-19, il virus A, sottotipo H1N1, era stato generato da un salto di specie tra animale e uomo ed era assimilabile a quello di una normale influenza, ma con un’aggressività e una capacità di diffusione molto più marcate. Anche sintomi ed eziologia erano pressoché uguali, compresa la maggiore mortalità tra i maschi e un ridottissimo contagio dei soggetti in età pediatrica; tuttavia, differentemente dal virus che stiamo combattendo oggi, quello della «spagnola» non colpiva prevalentemente gli anziani ma, sommandosi alla falcidia delle trincee, i soggetti tra i 20 e i 40 anni, questo probabilmente a causa della «tempesta di citochine», una reazione fuori misura del sistema immunitario ulteriormente amplificata in chi aveva difese più forti. L’identificazione del primo focolaio è ancora oggetto di discussione: la Cina, da cui il virus sarebbe arrivato a Brest dopo una mutazione avvenuta a Boston o attraverso le migliaia di operai giunti dall’Estremo Oriente per lavorare dietro le linee del fronte francese; i campi di addestramento del Kansas; un ospedale militare di Étaples, o infine l’Austria, dove l’influenza avrebbe fatto la sua comparsa già agli inizi del 1917. Ma anche all’epoca non mancarono letture complottistiche, come quella che voleva il virus portato negli Usa da sottomarini tedeschi. Ad esasperare gli effetti di una pandemia che, per mortalità, superò anche la peste nera del XIV secolo arrivando ad uccidere in alcune aree il 20% dei contagiati e, per un lungo periodo, riducendo di dodici anni l’aspettativa di vita, contribuì naturalmente tutta una serie di aspetti legati alla guerra, come la malnutrizione, la scarsa igiene, il sovraffollamento di ospedali privi peraltro degli strumenti per la terapia intensiva di cui disponiamo oggi e, non ultima, la globalizzazione dell’infezione derivante dallo spostamento di ingenti masse di soldati tra nazioni e continenti. Conseguenze altrettanto esiziali, prodotte dalle priorità imposte dallo sforzo bellico e dal timore per gli effetti di un panico diffuso sulla tenuta dell’ordine pubblico, derivarono dalla blanda applicazione di quarantena e distanziamento sociale, le uniche misure contenitive adottabili allora come oggi. Il catastrofico incrociarsi di guerra ed epidemia è reso bene da questa drammatica testimonianza, datata 12 ottobre 1918, di Anna Kuliscioff: «Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel Corriere per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria». Le faceva eco il 4 novembre Ottorino Respighi: «Da ieri tutta Roma è impazzita. Tutti urlano per le strade ed hanno dimenticato anche la febbre spagnola che qui non scherza! Abbiamo avuto un mese fa più di 600 morti in un giorno! S’immagini la “fifa”! Ora va meglio, ieri erano soltanto 75!». Pur accanendosi sulle classi più povere e disagiate, la «spagnola» colpì a 360 gradi e segnò anche il destino di molte celebrità uccidendo tra gli altri Guillaume Apollinaire, la figlia ventiseienne di Sigmund Freud, Gustav Klimt ed Egon Schiele, quest’ultimo morto a ventott’anni tre giorni dopo la moglie al sesto mese di gravidanza. Tra quelli che invece si ammalarono ma guarirono ci sono Franz Kafka, Ernest Hemingway, John Dos Passos, Ezra Pound, Edvard Munch, autoritrattosi febbricitante, Walt Disney, il presidente americano Wilson, il futuro presidente Roosevelt, re Alfonso XIII di Spagna e ras Tafarì Maconnèn, salito al trono d’Etiopia nel 1930 come Hailé Selassié. Il secolo che ci separa dalla «spagnola» è dunque terribilmente breve e segnato da analogie e differenze che, per contrasto o per similitudine, vengono di fatto a stringere un ideale legame con tempi solo in apparenza così lontani. A spiccare tra le seconde, e a segnare lo stacco più forte dal nostro presente, è sicuramente la diversa percezione del valore da attribuire alla vita rispetto a un’epoca in cui la maggiore dimestichezza con la morte - solo in parte e da troppo poco tempo intaccata dai progressi di igiene, alimentazione e medicina - era stata portata al parossismo da una guerra senza precedenti per potenza omicida. A questo mutare dei tempi e delle percezioni, oggi, hanno dovuto adattarsi anche quelli che propugnavano «l’immunità di gregge» prospettando con leggerezza un conto finale di cento/duecentomila morti, salvo poi finire loro stessi in ospedale aggrappati alla speranza di uscirne vivi. •