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Il maresciallo di don Primo Mazzolari

di M.V.A.
La copertina del libro
La copertina del libro
La copertina del libro
La copertina del libro

Sangue istriano, ricordi di una terra lacerata sul confine orientale, perdita della famiglia per la spagnola e la Grande guerra, ma anche Resistenza e deportazione. È un riassunto della storia del Novecento italiano la vita di Antonio Sartori raccontata in «Antonio Sartori. Il maresciallo di don Primo» (Editrice Mazziana 2020) scritto dal figlio Lorenzo, medico in pensione che ha deciso di guardarsi indietro, tornando alle radici della sua famiglia. Lo fa riscrivendo la biografia del padre originario di Dignano, in Istria, vissuto tra il 1904 e il 1989, orfano di tutta la sua famiglia durante il primo conflitto mondiale, a eccezione di un fratellino di cui si prende cura, e testimone delle vicende degli italiani nelle terre al confine ora sotto l’Austria Ungheria, ora sotto l’Italia fascista ora sotto i titini, costretti a una gelosa custodia della loro identità e a esodi forzati. Ma Antonio Sartori è anche militare, arruolato nei carabinieri nel 1922, che passa per la campagna d’Etiopia, per quella in Africa orientale e in Albania negli anni Trenta, fino allo scoccare della guerra, quando torna a casa e diventa maresciallo della caserma dei carabinieri di Bozzolo, nel Mantovano. La Bozzolo di don Primo Mazzolari al quale si lega con una profonda amicizia condividendone i valori di libertà e di giustizia e l’impegno di difesa di ebrei e antifascisti. Sono gli anni della Resistenza. «Non temere Giorgia», ripete Sartori alla moglie che ha sposato pochi anni prima. «Tutto andrà bene perché stiamo dalla parte giusta». È la parte giusta che lo porta ad avvisare, di sera, don Primo Mazzolari, che gli squadristi cercano dei partigiani. «Raccomandi loro, reverendo, che siano prudenti e che non si lascino sorprendere dai tedeschi e dai miliziani. Per quanto riguarda i miei militari, questa notte non usciranno di pattuglia. Se lei provvede questa notte ad avvertirli e a nasconderli, io domani posso solo comunicare alla questura che non li ho trovati». Lo fa per gli antifascisti cattolici, ma anche per gli ebrei. È la «parte giusta», con la schiena dritta, dalla parte dei cittadini. Quella che ha scelto per una società solidale ed equa. E che gli costa l’arresto, nell’agosto del 1944, concomitante a quello di don Primo Mazzolari. Sartori viene condotto dapprima a Verona, poi in Germania, infine, in un campo di concentramento sul Baltico, sottocampo di Ravensbruck. Quel tragico transito a Verona non è, però, il solo legame con la nostra città. Liberato dai sovietici e rientrato in Italia alla fine della guerra, Sartori nel 1947 viene assegnato in via definitiva alla stazione dei carabinieri di Pescantina, dove si trasferisce con la famiglia e si ricongiunge anche con i suoceri che nel frattempo hanno vissuto le violenze titine e l’esodo. Manterrà sempre l’amicizia con don Primo: «Come mio padre ebbe a ripetere», scrive il figlio, «un maresciallo dei carabinieri deve essere persona leale e fidata per tutti, ma non può permettersi il lusso di essere amico di qualcuno. Una delle poche eccezioni, se non l’unica, la riservò a don Primo, col quale intrattenne una relazione di amicizia sino alla morte del sacerdote, nel 1959. Quando il lavoro e gli impegni reciproci lo consentivano, Antonio caricava la famiglia sulla Topolino C e la portava a Bozzolo, in visita a don Primo, in un clima di dignitosa affabilità. E il sacerdote sempre lo gratificava di qualche suo scritto». •

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