Federico Rampini

Federico Rampini, 65 anni, giornalista. Ha lasciato Repubblica,  ora scrive per il Corriere della Sera
Federico Rampini, 65 anni, giornalista. Ha lasciato Repubblica, ora scrive per il Corriere della Sera
Federico Rampini, 65 anni, giornalista. Ha lasciato Repubblica,  ora scrive per il Corriere della Sera
Federico Rampini, 65 anni, giornalista. Ha lasciato Repubblica, ora scrive per il Corriere della Sera

L’Oriente è sempre stato la sua seconda patria, per lavoro, ma anche per una certa inclinazione culturale e storica. È una terra nella quale si è riflesso molte volte, raccontando storie importanti, leggendo i fatti e, alcune volte, guardando al futuro come ha fatto nell’ultimo libro “Fermare Pechino” (Mondadori, 300 pagine) che Federico Rampini sta presentando con un tour in molte città del Nord Italia. Sessantacinque anni, firma storica del giornalismo dagli Stati Uniti e dalla Cina, ha da poco lasciato il quotidiano “Repubblica” per la redazione de “Il Corriere della sera”, è stato vicedirettore del Sole24, editorialista e corrispondente da Parigi, Bruxelles, San Francisco, Pechino. Ha insegnato nelle università di Berkeley, Shanghai e alla Bocconi di Milano. È un maratoneta infatti su Twitter ha postato una foto della settima maratona corsa a New York all’inizio del mese. E con il figlio Jacopo, attore, ha prodotto e interpretato vari spettacoli teatrali tra cui Trump Blues. La scrittura rimane il primo amore, quello che gli permette di analizzare, descrivere, raccontare, far sì che tutto si incastri perfettamente, quindi analisi, personaggi, contesti, caratteri, stili e studi. Quest’ultimo libro ha grandi intuizioni, non solo per il periodo storico che stiamo attraversando, ma perché pone questioni importanti, temi che non sempre affrontiamo in maniera più ampia e Rampini lo fa con la sagacia di sempre, con lo spirito che gli è proprio e quella vena giornalistica, per certi versi letteraria, che gli permette di “giocare”, almeno all’inizio del libro anche un po’ con i personaggi. Tornano alla ribalta Roosevelt e Kennedy da una parte; il libretto rosso di Mao, l’immigrazione e la cinematografia dell’imperialismo culturale con la saga del Guerriero Lupo, dall’altra. Il tutto in un contesto storico che parte da un popolo, quello cinese, che ha millenni di storia alle spalle e che l’autore sa raccontare molto bene. Ma esiste anche l’attualità, due superpotenze stanno vivendo in un mondo globalizzato, alle prese con una pandemia che non sembra finire e con una grande questione sul tavolo: Taiwan. Rampini, che cosa ne pensa dell’ultimo vertice virtuale tra Biden e Xi Jinping? Serviva solo a dare rilancio al dialogo, a salvare le apparenze. Conta sempre di più parlarsi che non farlo, ma non ha prodotto alcun progresso sostanziale. Le questioni importanti rimangono sempre aperte e ben lontane da una soluzione. Che per ora non arriverà, giusto? Certo, Taiwan ha 24 milioni di abitanti, una superficie di poco più di 36 mila chilometri quadrati, più o meno come la Sardegna e la Corsica messe assieme. Eppure il suo Pil ha superato Svizzera, Svezia e Arabia Saudita. Non solo, l’isola è riuscita in un capolavoro tecnologico e industriale che non ha eguali, concentra nelle sue aziende e sul suo territorio una proporzione dominante di semiconduttori, dal 40 al 65%, a seconda delle categorie di microchip che includiamo, e fino all’85% per quanto riguarda i semiconduttori più avanzati che servono per gli armamenti, per il ciclo delle macchine nelle fabbriche o per la sicurezza dei reattori nucleari. Ce ne siamo accorti, i microchip servono per tutto: computer, auto, telefonini: le mancate consegne hanno fatto chiudere fabbriche e hanno innestato tagli nella produzione. Proprio per questo rimane un nodo fondamentale sul quale la Cina non ha alcuna intenzione di mollare. Per una questione economica e non solo, stanno aumentando le probabilità di un’annessione di Taiwan e non si può escludere che avvenga attraverso un attacco militare. Quindi il centro del mondo si sta spostando? Indubbiamente lontanissimo dalla vecchia Europa. Si trova nell’area dell’Asia-Pacifico o Indo-Pacifico, quella che abbraccia la West Coast degli Stati Uniti, l’Australia, tutto l’Estremo Oriente, il Sudest asiatico per finire con l’India. Taiwan sta proprio nel mezzo, e se c’è luogo dove potrebbe scoppiare la guerra “calda” tra Cina e Stati Uniti, quindi la terza guerra mondiale è proprio quella. Senza contare che la Cina ha ampliato il suo armamento ed è superiore a quello americano al punto che gli stessi militari statunitensi sostengono che non sarebbero in grado di competere. La pandemia non ha messo in ginocchio le due superpotenze? La crisi economica del 2008 ha segnato la recessione più importante per gli Usa. Molto peggio del Covid per l’impatto economico e anche politico. Non si capisce Trump senza il trauma del 2008, che mette a nudo tutte le ingiustizie della globalizzazione e convince la classe operaia americana che la sinistra l’ha tradita aprendo le frontiere. E per i cinesi è una sorta di epifania, la rivelazione delle debolezze americane ingigantisce la loro autostima perché sono l’unica delle grandi economie ad evitare la recessione grazie ad una gigantesca iniezione di liquidità nella spesa pubblica. Come si può fermare Pechino? Sul lunghissimo periodo serve un atto di umiltà nei confronti di una civiltà più antica della nostra e che ha una popolazione di gran lunga superiore di quella americana e europea messa assieme e quest’avanzata non si può fermare, ma gestire. Nel breve periodo tracciare linee rosse sul progetto espansionista della Cina e capire quali danni può infliggerci. E, poi, guardare all’economia, alla tecnologia, ai piani energetici e ambientali ed evitare ogni scenario per un conflitto militare. •.

Chiara Roverotto