PATRIMONIO

Condannati alla rovina i dipinti dell'autore che Goethe adorava

Il grande poeta tedesco vantava nella sua collezione a Weimar un disegno di Paolo Farinati È un bozzetto per gli affreschi di palazzo Bocca Trezza, quelli ora abbandonati nel degrado
Paolo Farinati, autoritratto
Paolo Farinati, autoritratto
Paolo Farinati, autoritratto
Paolo Farinati, autoritratto

La mano di Paolo Farinati — non meno veronese di quella dell'altro Paolo, cui sopravvisse parecchi anni — è facilmente riconoscibile, anche a non tener conto dell'immancabile chiocciola apposta come emblema in calce ai suoi dipinti. Meno facile definirne la cifra, affabile e severa ad un tempo, coglierne il respiro che contraddistingue una facilità solo apparente.
Ci provò Luigi Lanzi, nella sua Storia pittorica della Italia dal risorgimento delle Belle Arti fin presso al fine del XVIII secolo, edizione terza corretta ed accresciuta dall'autore, tomo III, ove si descrive la scuola veneziana (Bassano, Giuseppe Remondini, 1809, pagine 167-68).
Scrive il Lanzi che tanto Paolo Veronese è «leggiadro» (che è forse dir poco per la grazia abbagliante che promana dalle sue tele), quanto il Farinati è «grande», cioè eloquente e sostenuto; e parla di quel colore «bronzino» tipico delle sue figure, che «non so come piace, e serve all'accordo delle sue tinte, che per lo più son moderate e basse ancora ne' fondi, e danno all'occhio una quiete, che trattiene l'occhio senza noiarlo»; e confessava che Farinati «è quel pittore, di cui lasciando Verona mi è dispiaciuto non aver veduta ogni opera».
Certo il Farinati non aveva mancato di confrontarsi con Tiziano e Giorgione, ma, conclude il Lanzi, «a giudicarne dallo stile, si direbbe assai volte che Giulio Romano fosse il suo maestro di disegno, e che nelle tinte non trascurasse i veneti, ma si formasse un suo sistema».
Sembra proprio che sia così: ad esempio, «in soggetti ov'entrano corpi ignudi si vede una pratica dell'antico stile molto rara fra' veneti»; e aggiungerei, non esibita: si veda infatti come il torso del Belvedere venga ripreso da Farinati nel nudo di sant'Onofrio eremita, sedente accanto a sant'Antonio abate nella pala di San Tommaso Cantuariense, primo altare a sinistra per chi entra. Qui l'insigne pezzo di scultura viene piegato senza sforzo apparente a una metamorfosi devozionale d'impronta decisamente controriformistica.
Si sa che una tale inclinazione, riscontrata nella gigantesca pala della Moltiplicazione dei pani collocata nel presbiterio di San Giorgio in Braida, provocò l'irritata reazione di Goethe: costretto peraltro ad ammettere che il genio del pittore, pur condizionato da un misero soggetto costituito da una massa di poveri corpi segnati dalla fame, era riuscito, «spronato dalla necessità, a tirar fuori delle belle cose», «schöne Sachen» (J. W. Goethe, Italienische Reise, a cura di Herbert von Einem, München, Deutscher Taschenbuch Verlag, 1988, pagina 45).
Del genio di Farinati il grande Goethe era davvero convinto: basti, a dimostrarlo, il fatto che nel «Deckenzimmer» della sua casa al Frauenplan di Weimar, stanza dove soleva ragionare d'arte con i suoi ospiti presentando i pezzi più significativi delle sue collezioni, volle appendere un grande disegno inequivocabilmente autografo del nostro Paolo, una splendida figura femminile con zampe caprine tra due satiri che reggono fiori e frutti, in un volo d'amorini.
IL DISEGNO (non so se inedito), collocato accanto ad opere di soggetto mitologico, in originale o in copia, attribuite a Pietro da Cortona e a Giulio Romano (Willi Ehrlich, Goethes Haus am Frauenplan in Weimar, Weimar, Nationale Forschungs - und Gedenkstätten der klassischen deutschen Literatur in Weimar, 1989, pagine 24-26), sembra collegabile agli affreschi del Farinati che si trovano all'interno della loggia del palazzo Murari dalla Corte Bra in via XX Settembre, «con gli amori di Venere e Adone», e «con satiri, e grottesche»: così Giambattista da Persico nel secondo volume della sua Descrizione di Verona e della sua provincia (Verona 1820, pagina 37). Siamo di fronte a una significativa pagina di storia dell'arte e del collezionismo, da affiancare alle molte altre narrate nel catalogo della mostra «Paolo Farinati 1524-1606. Dipinti, incisioni e disegni per l'architettura», a cura di Giorgio Marini, Paola Marini e Francesca Rossi (Venezia, Marsilio, 2005): volume che ospita interventi di autorevoli studiosi italiani e stranieri coordinati dal Museo di Castelvecchio, divenuto ormai centro riconosciuto di studi e ricerche di storia dell'arte.
Proprio in questo catalogo (pagine 214-215) trova riscontro un'altra opera di Paolo Farinati, certo meno rilevante della precedente, ma non priva di suggestione. Si tratta di una piccola incisione, raffigurante Cupido dormiente, che fa parte della collezione messa insieme da Diether Thimme, professore di storia dell'arte alla Hope School of Fine Arts dal 1961 alla morte (1978), e lasciata all'Indiana University Art Museum di Bloomington dalla vedova Danaë Thimme (1938-1998), conservatrice del museo. L'incisione è riprodotta e illustrata in un elegante biglietto per corrispondenza edito dall'Università dell'Indiana.
Tutto questo anche per dire che fuori d'Italia si fa gran conto del nostro Paolo Farinati, mentre a Verona i suoi splendidi affreschi nel palazzo Bocca Trezza vengono lasciati in triste, deplorevole abbandono. Speriamo che il Comune, proprietario del palazzo, se ne occupi davvero, una volta esauriti gli impegni connessi con le elezioni regionali: una vera Titanomachia, tanto che par di essere talvolta nella Camera dei Giganti ideata da Giulio Romano per palazzo Te a Mantova.

Gian Paolo Marchi

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