il ricordo

Ci ha lasciato l’orgoglio di essere italiani

Indro Montanelli
Indro Montanelli
Indro Montanelli
Indro Montanelli

Il giorno dell’assunzione al Giornale venni convocato nell’ufficio del direttore. Mi aspettavo grandi discorsi su attualità, politica, destini del mondo. Indro tirò fuori dal portafoglio un piccolo pezzo di carta ingiallito. Era il ritaglio di una notizia che in gergo chiamiamo «in breve». Quelle considerate poco importanti che finiscono in un angolo della pagina. «Ricorda che anche in poche righe - disse sventolando il foglietto -, si possono fare grandi danni quando non si verifica ciò che si sta scrivendo oppure si parte da una tesi preconcetta. Bisogna avere l’umiltà di fare parlare i fatti, non le proprie convinzioni. E io mi tengo questo ritaglio come monito». Insomma, avrebbe potuto salire in cattedra, ricordarmi i suoi grandi reportage, le scelte difficili e il coraggio che gli costò un attentato terroristico. Invece sventolando quella «breve» mi diede la principale lezione: il rigore con cui affrontare la notizia. Ma ho un’altra immagine che mi è cara di Cilindro (così veniva chiamato Indro Montanelli al Giornale). Quella di un direttore, ormai avanti negli anni, chino sul banco della tipografia, a tarda sera, nell’atto di controllare titoli ed articoli. Allora i computer ce l’avevano in pochi, internet era fantascienza e le pagine venivano realizzate tramite un processo chiamato fotocomposizione. Eravamo insomma all’età della pietra e si finiva di lavorare ben oltre la mezzanotte. I cronisti e i tipografi, armati di «bisturi» per tagliare gli articoli troppo lunghi, erano come una grande famiglia. Montanelli a quel tempo era uno dei giornalisti più famosi d’Italia, anzi, già quasi un monumento vivente. Nel Paese delle banderuole rappresentava un esempio di coerenza. I suoi libri riempivano gli scaffali e quelli che sino al giorno prima lo avevano tenuto lontano per le sue idee ora lo corteggiavano per averlo come ospite nei talk show televisivi. Mentre andava in scena la «Milano da bere» lui stava lì, in tipografia quasi ogni sera, fino all’ultimo, a controllare il giornale. Anche le sirene della politica non avevano effetto. E a chi gli proponeva un comodo scranno e i privilegi da parlamentare lui rispondeva che aveva un giornale da fare. Dei lettori a cui rendere conto. Non sono qui a fare il monumento a Indro. Non ne ha bisogno e non lo vorrebbe. Anzi, oggi si farebbe beffe dei troppi «montanelliani» in ritardo. E non si pretende certo che tutti siano d’accordo con lui. Ci mancherebbe. Ma tra grandi intuizioni ed errori (chi è l’uomo che non ne fa?) una cosa ci ha lasciato: l’orgoglio di essere giornalisti. E l’orgoglio di essere italiani. Perché Indro era innamorato del Paese che fustigava. E se ogni giorno nei suoi editoriali metteva in luce i difetti di un popolo troppo spesso furbo, maneggione, pigro e voltagabbana, ne disegnava altrettanto sapientemente le straordinarie virtù di tenacia, creatività, coraggio, umanità che fanno dell’Italia una grande nazione. •. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Maurizio Cattaneo