LUTTO

Addio a Marco Ambrosi, scomparso a 62 anni l'artista visionario della fotografia

Aveva lavorato per grandi marchi industriali, creando scatti iconici esplorando poi la danza, la calligrafia, l’oreficeria, il digitale, la marginalità sociale. I suoi scatti sono esposti in tutto il mondo
Marco Ambrosi, fotografo, morto a  62 anni
Marco Ambrosi, fotografo, morto a 62 anni
Da Portraits in Black, progetto di Marco Ambrosi
Da Portraits in Black, progetto di Marco Ambrosi

«Abbiamo voluto usare la nostra arte come mezzo per scoprire, descrivere, e dove possibile cambiare la realtà». Scelse queste parole Marco Ambrosi per raccontare «Portraits in Black», il progetto con cui decise di immortalare alcuni cittadini di origine nigeriana e ghanese residenti a Verona. Quel progetto fu una delle tante tappe del percorso artistico e umano del fotografo scomparso in questi giorni, a 62 anni, lasciando un grande vuoto nella cultura veronese, italiana e internazionale.

 

Da Portraits in Black, progetto di Marco Ambrosi
Da Portraits in Black, progetto di Marco Ambrosi


Nato nel 1959, Ambrosi ha iniziato a lavorare come fotografo di architettura, per poi sperimentarsi in altri campi, concentrandosi anche nello still-life e sul cibo. Ha esposto in personali e collettive in Italia, Polonia, Spagna, Inghilterra, Grecia, Francia, USA, Germania, Cina, Nigeria, Senegal, insegnando nel frattempo al Dipartimento di Arti Visive e Performative della Kwara State University, in Nigeria, all’Accademia di Belle Arti di Verona, al campus italiano della Illinois University.

I suoi lavori sono stati pubblicati nei cataloghi La Serra Oscura con testi di Luca Beatrice e Till Neuburg, Da ogni contrada vicina e lontana con testo di Giuliana Scimè, «Portraits in Black», con testi di Gigliola Foschi, Young Days, con testi di Arianna Rinaldo.


Lo vuole ricordare così lo storico della comunicazione moderna Till Neuburg: «Sebbene avesse speso gran parte della sua vita professionale e familiare nella città scaligera, è doveroso ricordare che l’amico e collega Marco Ambrosi sin dalla nascita ha improntato il suo percorso artistico sull'internazionalità. Era nato nel 1959 nell'odierna Repubblica Democratica del Congo, allora ancora chiamata Zaire. Fotografo autodidatta di architettura, a soli vent'anni scoprì quell’intensa passione visiva che lo vide collaborare per testate importanti come Interni, Abitare, Casa Vogue, e anni dopo si sarebbe trasformata in un ininterrotto ‘scatto’ visionario, anche nel campo della pubblicità. Ben presto il suo talento immaginario, poetico e tecnico l'avrebbe portato a traguardi prestigiosi».

Una delle iconiche foto di Marco Ambrosi per la Coca Cola
Una delle iconiche foto di Marco Ambrosi per la Coca Cola


E Neuburg ricorda, tra le decine di marche e aziende per le quali Ambrosi aveva lavorato, i nomi più noti, da Aprilia a Campari, da Coca Cola a Enel, da Ferrari a Guzzini, da Swatch a Zuegg: praticamente l'intero gotha della committenza industriale, commerciale e istituzionale italiana degli ultimi decenni. Ma presto Ambrosi avrebbe puntato i suoi sguardi e obiettivi anche su soggetti e traguardi che andavano ben al di là dei temi di mera professionalità: «La sua innata vena sperimentale e artistica lo portò a diventare un autentico pioniere della più avanzata fusione tra visione immaginaria ed esaltazione digitale».

 

Più tardi Ambrosi avrebbe esplorato e coinvolto anche i mondi della danza moderna, della calligrafia, dell'oreficeria e della liuteria. «Li fece divenire un tutt'uno magico con le sue tribali scritture con la luce».
E si arriva ai Portraits: «Ricordo benissimo, e sempre con nostalgico stupore, quando i suoi vicini di studio, un gruppo di devoti celebratori africani di riti pentecostali, avevano accettato di posare (si fa per dire) con i loro austeri ma sgargianti sguardi, drappi, sorrisi, gingilli, gesti e copricapo, davanti al suo occhio e obiettivo», continua Neuburg. «Presto quel ciclo di coesione visionaria locale si sarebbe tramutato in un'intensa spinta ad allargare non solo il suo campo fotografico e visivo, ma pure quello logistico, geografico ed etnico, fino a fargli compiere dei viaggi sempre più viandanti e culturalmente identificanti in quei nuovi e antichi mondi dove avrebbe persino tenuto dei corsi e percorsi collettivi di fotografia».Dopo i ripetuti viavai intercontinentali e rientri a Verona, gli ultimi anni Ambrosi li avrebbe impegnati soprattutto in numerose iniziative sociali. «Sempre più spesso stimolato e coadiuvato dalla scenografa e curatrice veronese Daniela Rosi, Ambrosi si è dedicato a numerose attività didattiche, di impegno sociale e di solidarietà». Mettendo la sua sapienza fotografica e artistica a disposizione di progetti visionari, con quegli scatti che affondavano le radici nella sua amata e mai dimenticata Africa.


«Ho avuto il privilegio di lavorare spesso con Marco in diversi progetti artistici sviluppati negli ambiti della marginalità sociale», ricorda Daniela Rosi, in passato anche collega all’Accademia di Belle Arti di Verona. E ne rammenta la collaborazione con Preface, ente formativo che promuove e coordina le attività formative in diversi istituti penitenziari francesi, e i progetti di outsider art con atelier operativi in centri di salute mentale a Verona e a Mantova. «Di lui apprezzavo, oltre alla grandissima competenza, la grande sensibilità umana e la voglia di impegnarsi, mettendo a disposizione tutte le sue capacità tecniche e artistiche per cercare di cambiare, anche in minima parte, questo mondo che avvertiva sempre meno etico».

La fotografia e l’arte diventano mezzi per abbracciare cause sociali e scuotere coscienze, ma senza mai rinunciare alla poesia. «In momenti accorati come questi», conclude Neuburg, «puntualmente l'amico Gianni Mura chiudeva le sue dediche con un pensiero che devotamente al sottoscritto viene spontaneo emulare: che al nostro Marco la terra sia lieve».

Silvia Allegri

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