Il 25 novembre 1970

50 anni fa moriva in diretta Yukio Mishima, controverso scrittore giapponese

.
Yukio Mishima
Yukio Mishima

L'inizio parte dalla fine. Cinquant’anni fa, il 25 novembre del 1970, moriva Yukio Mishima. Un suicidio in diretta televisiva, una morte spettacolare, un gesto teso a fare clamore, magari suscitare una reazione, innescare una qualche insurrezione, o forse anche no. Perché cosa volesse davvero Mishima rimane ancora oggi un mistero. Un atto premeditato dovuto alla disperazione politica, oppure allo scopo di consegnare con il seppuku, il tradizionale suicidio dei samurai, ad un'opera letteraria appena compiuta, il «Mare della fertilità», una vita eterna? Difficile dirlo. Prima l'arringa ad un plotone dell'esercito giapponese poi il gesto estremo del seppuku, auto sventramento più decapitazione da parte di un fidato compagno d’armi.

Di certo, in tutta la letteratura del Novecento non c'è alcunché di paragonabile a Mishima, scrittore per tre volte candidato al Premio Nobel. Forse i soli Céline e Pasolini hanno potuto abbinare un così grande talento letterario ed un altrettanto enorme dispendio esistenziale. Un dato è certo, cercare di etichettare Mishima è impresa impossibile, viaggia decisamente fuori strada chi vorrebbe affibbiare allo scrittore giapponese un ruolo stereotipato, un copione monotematico. Perché Mishima è davvero incontrare il diverso e se si vuole leggere qualcosa di assolutamente altro, non si può non leggerlo.

Cinquant'anni dopo, il mite e sorridente volto di Mishima, resta una maschera che non ha ancora confessato tutti i suoi segreti. Kimitake Hiraoka, il vero nome di Yukio Mishima, nacque a Tōkyō il 14 gennaio 1925 da una famiglia borghese. Nel 1931 venne ammesso alla scuola elementare Gakushūin, l'istituto più esclusivo del Giappone. I compagni di classe lo prendevano in giro per la sua fragilità fisica dovuta a problemi polmonari e nel 1945 venne giudicato erroneamente non idoneo al servizio militare e, forse, ciò determinò la sua scelta successiva di praticare body building, boxe, corsa e, in seguito, l'antica arte marziale nipponica del kendō frequentando la palestra del Palazzo Imperiale dove in poco tempo raggiunse il livello di quarto dan.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta fino al fatidico 1970 fece viaggi in America, Europa e Asia Sud orientale. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia dagli inizi degli anni Sessanta principalmente da Feltrinelli e Guanda, ma continuano a essere ristampati. Alberto Moravia lo definì come un «conservatore decadente» e per certi versi può essere paragonato a Gabriele D’Annunzio del quale tradusse «Il martirio di San Sebastiano». Romanziere, saggista, autore teatrale, attore, cantante di musica leggera e regista, Mishima è stato un artista affascinante e discusso, nonché lo scrittore giapponese più conosciuto e tradotto in Occidente. Una grande scrittrice del XX secolo che ha scritto su Mishima è stata Marguerite Yourcenar che nel suo libro «Mishima o la visione del vuoto» analizza la poliedrica opera mishimiana attraverso un’indagine dei suoi scritti. Anche per l'autrice francese il punto di partenza è il 25 novembre 1970, lo stesso giorno in cui Mishima portò a termine l'ultimo romanzo della tetralogia «Il mare della fertilità», capolavoro e testamento di un’opera letteraria poliedrica, vasta, spesso sconvolgente, che gli aveva dato una fama mondiale. Era lo stesso giorno in cui, nel 1947, aveva iniziato «Confessioni di una maschera», romanzo in parte autobiografico sorprendente e bellissimo, anche questo caposaldo della produzione mishimiana. 

Alla morte per seppuku Mishima si era preparato per anni, l'aveva prefigurata nella fine di molti personaggi dei suoi romanzi, l’aveva mimata lui stesso come sceneggiatore, direttore e interprete del film «Patriottismo». Come ha scritto correttamente la Yourcenar Mishima è troppo complesso per essere giudicato in un'ottica “occidentale”. Il richiamo ai valori dell'etica dei samurai non può essere ricondotto al radicalismo politico di un nostalgico del Giappone feudale e militarista. Il nazionalismo di Mishima esprime, piuttosto, un rifiuto della decadenza morale e civile di un Paese, il Giappone, che si è affidato alla modernizzazione e alle sue promesse di prosperità puramente materiale tradendo il retaggio spirituale della sua tradizione millenaria. La morte vista anche come ultima essenza del sacro. Mishima affidò ad un foglietto prima di darsi la morte il senso della sacralità del gesto: «La vita umana è breve ma io vorrei vivere per sempre».

La vita, le opere e la morte dello scrittore nipponico sono state celebrate attraverso il film «Mishima, una vita in quattro capitoli» di Paul Schrader che venne presentato al XXXVIII Festival di Cannes nel 1985 dove ottenne il premio per il contributo artistico. Un altro film del 2012 dedicato al suo ultimo giorno di vita è «25/11 Il giorno dell'autodeterminazione. Mishima e i giovani» diretto da Kōji Wakamatsu e che è stato mostrato nella sezione "Un Certain Regard" sempre al Festival di Cannes.

Mishima fu uno dei pochi autori giapponesi a riscuotere immediato successo anche all'estero. Le sue numerose opere vanno dal vero e proprio romanzo alle forme modernizzate e riadattate di teatro tradizionale giapponese Kabuki e Nō. E si può dire che Yukio Mishima ha rivisitato in chiave moderna il teatro Nō. Il testamento di Mishima è in una celebre frase scritta in «Cavalli in fuga», il secondo romanzo del «Mare della fertilità»: Sapere e non agire equivale a non sapere. Mishima ha agito ed è entrato nella storia. Ma attraverso le pagine dei suoi meravigliosi romanzi, dal «Padiglione d'Oro» a «Colori proibiti», dalla «Voce delle onde» a «Dopo il banchetto», rimane immortale.

Sandro Benedetti