Alla berlina finivano lupi e bestemmiatori

NEL CUORE DI VERONA. Era il fulcro di molte attività cittadine. Vi venivano esposte anche le belve selvatiche uccise che avevano seminato il panico nelle campagne. Sarebbe più opportuno chiamarla capitello: venne eretto nel 1207, serviva a dettare le unità di misura ai commercianti
La berlina di piazza delle Erbe
La berlina di piazza delle Erbe
La berlina di piazza delle Erbe
La berlina di piazza delle Erbe

Verona. Che cosa ci può essere ancora, di nascosto, in piazza Erbe che, da sempre, è con la Bra il luogo più noto della nostra città? Certamente, quel monumento che si trova al centro e che erroneamente chiamiamo «berlina», ma che, in passato, era denominato «tribuna» e che sarebbe più corretto chiamare «capitello».
Secondo lo storico Gerolamo Dalla Corte, sarebbe stato eretto nel 1207, dal podestà Azzo d'Este e certamente doveva esistere nel XIII secolo, perché ne parlano gli Statuti veronesi. Secondo Luigi Simeoni, studioso di Verona di fine Ottocento, il capitello fu rifatto nel 1378, quando vennero abbattuti i casotti fissi in legno che ingombravano la piazza, sotto il governo di Bartolomeo e Antonio della Scala, in occasione dello sgombero della piazza per i funerali di Cansignorio e Taddea da Carrara.
Ma anche quest'ultimo capitello non è l'attuale: oggi si presenta con una severa forma architettonica di ispirazione classica, mentre quello originario doveva essere in eleganti forme gotiche. Inoltre, le lettere incise sul pilastro a cui è infissa la catena e che servivano per determinare le misure lineari sono maiuscole romane del Quattrocento.
Si tratta di tre parole: «PER» (pertica), «BRAS» (braccio) e «PASSUS» (passo, piede). Invece, sulla base ovest sono segnate e scavate le sagome di due importanti unità di misura medievali: il «copo« (la tegola) e il «quarel» (il mattone), mentre una catena rotonda in ferro, fissata sulla colonna verso via Pellicciai, determinava la misura della «fassina« (il fascio di legname tenero).
Il capitello, che è una specie di baldacchino in marmo con, su un lato, una vasca (oggi è un lavello), è uno dei monumenti più ricordati nella storia di piazza Erbe. Era il fulcro di molteplici momenti della vita cittadina: oltre che delle attività commerciali, anche del potere politico e della giustizia.
Nel 1477, il poeta e storico Francesco Corna ricorda che aveva la sedia di marmo lavorato (da tempo scomparsa), su cui sedeva il nuovo podestà, quando riceveva le chiavi della città e la bacchetta, emblema della sua carica. Vi sedeva anche il pretore, quando giurava fedeltà e giustizia. Qui, dopo il suono della tromba, si leggevano anche grida e bandi.
Oltre alle misure, per quanto riguarda il commercio, una banderuola, posta sulla sua sommità, ricordava alcune norme del mercato: finché era issata, i grossisti dovevano vendere direttamente ai consumatori, non ai rivenditori, i quali, per non eludere tale disposizione, dovevano portare un cappello turchino, mentre le donne rivenditrici indossavano una manica turchina attaccata al busto, anche di festa.
Nel 1677, i rivenditori protestarono presso i Rettori veneti perché il cappello era oggetto di scherno e chiesero di portare una traversa dello stesso colore con l'orlo bianco e le donne, invece della manica turchina, una piccola corda, larga due dita, attaccata alla manica. I rivenditori furono accontentati, ma le autorità continuarono a insistere, con proclami, affinché questi distintivi fossero portati con rigore.
Per quanto riguarda la giustizia, abbiamo detto che è improprio definirlo «berlina», ma questo capitello serviva anche come luogo di «esposizione» dei malfattori: un capitolo degli Statuti stabiliva che nessun ragazzo poteva far correre cavalli per la città o per i borghi sotto pena di 40 soldi e, se non li aveva, doveva essere posto in catena al capitello e vi stava finché il podestà e la curia lo stabilivano.
Un altro articolo sui giochi proibiti ordinava che i condannati, che non avessero la possibilità di pagare, dovevano essere tuffati, al suono della tromba, per tre volte, nella vasca.
Anche i tessitori che commettevano frodi nella lana, oltre ad altre pene, dovevano essere legati alla catena del capitello dalla terza ora fino a nona, senza intercessione di grazia. Dunque, la catena non serviva solo per misurare la fascina di legna. Nello statuto di Cangrande del 1328, il bestemmiatore, che non pagava l'ammenda, in inverno, veniva immerso per tre volte nella vasca, e per tre volte battuto con verghe, sempre intorno al capitello, nelle altre stagioni. La punizione doveva essere molto severa, tutto l'anno, non un semplice bagnetto rinfrescante, in estate.
Durante il periodo di Verona veneziana, al capitello si esponevano le teste dei banditi condannati e uccisi, per l'eventuale identificazione.
Anche i lupi, stanati e uccisi, venivano portati qui: nell'inverno del 1398-99, a causa del freddo eccezionale, quando mandrie di lupi affamati percorrevano le campagne, avvicinandosi ai paesi, molti furono catturati ed esposti al capitello.
Infatti, chi li catturava riceveva un premio. Ma su questo baldacchino non si tennero solo fatti importanti e drammatici. Famosa la burla del 3 agosto 1579, quando vennero esposte due teste di pietra: appartenevano al palazzo dei Puoti, in via San Cosimo, di proprietà della famiglia Turco, che allora era stato eretto da poco (ne abbiamo parlato nella «Verona nascosta» edizione 2008). I veronesi sapevano scherzare anche qui

Emma Cerpelloni