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19.05.2017

Sciami d’api come i temporali
Fuggono e invadono giardini

Lo sciame d’api che ha invaso il giardinoMichele Gallimberti ieri mattina alle prese con lo sciame di api
Lo sciame d’api che ha invaso il giardinoMichele Gallimberti ieri mattina alle prese con lo sciame di api

Una nube ronzante, improvvisa come un temporale d’estate. Uno sciame d’api si è posato in un giardino privato, a Villafranca, radunandosi tra i rami di un olivo in pochi minuti. Per tutta la notte gli insetti a strisce sono rimasti stretti stretti l’uno all’altro attorno alla regina. Finché l’apicoltore, Michele Gallimberti, le ha radunate tutte in un’arnia per portarle nella valle dei Ronchi, sopra Quinzano dove produce miele ma con una modalità naturale, come usavano gli antichi greci, e promossa dalla World biodiversity association di Verona dalla quale ha appreso la tecnica.

Non è un fenomeno raro in questo periodo dell’anno, quello della sciamatura. «D’inverno la popolazione nelle arnie cala fisiologicamente per il freddo», spiega Gallimberti, 29 anni, apicoltore per passione da un anno e mezzo e che, paradossalmente, di mestiere disinfesta edifici e palazzi da insetti molesti. «Con i primi caldi la regina depone di più e le api aumentano tanto da non starci tutte nell’arnia. Così “fanno” un’altra regina nutrendo con pappa reale per almeno cinque giorni alcune larve che una volta cresciute combatteranno tra di loro: chi predomina è la nuova regina. Allora, la vecchia ape regina esce dall’arnia con parte dello sciame e cerca un nuovo habitat. Così svecchiano la società».

Gli sciami che si vedono in questa stagione e che fanno tappa anche tra le case e gli edifici pubblici, sono perlopiù di apicoltori della zona, essendo ormai rari quelli che vivono in natura. Se capita di trovarsene uno in giardino si possono chiamare i Vigili del fuoco o le associazioni di apicoltori che inviano un allevatore di api sul posto per prenderle.

Le api vengono trasportate dall’apicoltore in un’arnia artificiale. È importante riporvi l’ape regina che una volta all’interno emana feromoni molto forti allertando le altre api. Le operaie a quel segnale, sul bordo dell’arnia, muovono le ali restando sospese nell’aria a testa in giù emanando feromoni che avvertono e richiamano le compagne. In poco tempo tutte raggiungono la cassettina.

Quella di Gallimberti è particolare. «È un’arnia naturale, si chiama Kenya Top Bar e utilizza un metodo adottato dagli antichi greci». È il sistema insegnato al corso organizzato dalla Wba che ha sede al museo civico di Storia naturale di Verona, per il progetto «Api per la biodiversità» nato per diffondere l’allevamento delle api mellifere secondo la tipologia dell’apicoltura familiare a basso impiego di tecnologia e attrezzatura e a elevata efficienza nel controllo di malattie e parassiti per mezzo di tecniche biologiche. «Con questo metodo non è l’uomo a decidere le fasi delle api che seguono invece i ritmi della natura per la riproduzione e la selezione delle api regine», continua Gallimberti. Questo comporta una minore produzione di miele: 10-15 chili all’anno, circa un quarto di quello derivante dall’apicoltura professionale. «Ma ci basta averne per la famiglia», spiega Gallimberti. L’intento della Wba, infatti, è quello di contribuire al mantenimento e alla diffusione delle api mellifere, così preziose per il funzionamento dell’ecosistema. Per questo l’associazione ne caldeggia la distribuzione nelle città in giardini e orti. L’arnia Top Bar è orizzontale. «È di facile gestione. Anche in contesti urbani dove sarebbero molto utili perché permetterebbero di creare tante piccole famiglie di api che si incrociano tra loro acquisendo una forza genetica in più».

Maria Vittoria Adami
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