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22.12.2017

Ogni Natale dato per spacciato Invece fa il decimo da sindaco

Il sindaco Mario Faccioli sul cantiere del teatro Ferrarini nel 2013
Il sindaco Mario Faccioli sul cantiere del teatro Ferrarini nel 2013

Maria Vittoria Adami Alcuni consiglieri di maggioranza del suo primo mandato, già dopo pochi mesi dalla sua elezione a sindaco, nel 2008, gli garantivano che non avrebbe mangiato il panettone. Da allora, di pandori e panettoni, ne ha mangiati dieci, per due mandati, con tutte le colombe pasquali di mezzo e tante tensioni politiche interne, e si appresta a festeggiare il suo ultimo Natale, sì, ma solo perché è giunto a fine incarico. E il sindaco Mario Faccioli lo fa incassando il sì al Piano degli interventi (passato con i voti a favore della sua maggioranza, e di Pasetto e Arduini in minoranza, astenuti centrosinistra e Lista Tosi). Un documento urbanistico, come lo era il Piano di assetto del territorio che fu bloccato tra la prima e la seconda amministrazione Faccioli da quella fronda di maggioranza che lo avvisava, appunto, che non avrebbe più mangiato panettoni da sindaco. Ma Faccioli è andato avanti. È stato rieletto, ha licenziato il Pat e ora il Pi. «Un passaggio tecnico», lo definisce, «non politico». Quasi a dire che sia normale sia stato avallato. Eppure il Pat... «Allora fu una responsabilità politica. Invece l’attuale maggioranza ha sempre votato tutto. Ci siamo arrabbiati su modalità e rapporti, ma nessuno è mancato sui principi del nostro progetto: lavorare per la comunità, non per la bandiera politica. C’è stata condivisione sul progetto, non sulle questioni personali. Ho sempre voluto amministrare per il bene della città, non per vincere e poi macinare contrasti e divisioni. Se non ci sono idee e progetti inclusivi accade che poi tre consiglieri, che non sono d’accordo con una certa parte politica, litighino». Ed è accaduto. Ma Faccioli si ricandida al Consiglio comunale? «Non ho deciso, proprio perché i dogmi non sono politici o relativi al mio carattere, ma in funzione di un progetto. E io gioco quando credo in un progetto». E c’è un futuro sindaco su cui puntare? «Non farò mai nomi proprio perché il cappello si mette dopo essersi vestiti. Occorre prima un accordo su un progetto, poi tra le persone e con un candidato che la città senta suo e che sia leader di un’idea». Venendo al Piano degli interventi, la città effettua la trasposizione cartografica tra Prg e Pat «fondamentale nella lettura delle azioni urbanistiche». «Completiamo un percorso ostico. Se la giocavo da furbo avrei potuto lasciare che si arrangiasse il prossimo, oppure anticipare di molto per fare qualcosa in più. Invece ho fatto il sindaco e lascio una macchina operativa già da oggi. Ora il cittadino può sviluppare un intervento sul territorio già urbanizzato o meno, in funzione di un rapporto stretto con l’amministrazione comunale: riceve un beneficio dal Comune e in cambio dà qualcosa alla comunità». Ovvero può effettuare un Pua, costruire un capannone, recuperare un’area dismessa «versando» una contropartita all’ente che l’amministrazione destina a scuole, servizi o interventi. «Non è un bancomat del Comune, ma un modo per il quale il cittadino fa qualcosa per la comunità. Ogni sindaco può mutare strategie, poi, e orientare le entrate sulle esigenze del momento. Comporta un dialogo costante tra cittadini e amministrazione». La giunta Faccioli ha individuato priorità nel polo scolastico del capoluogo e su servizi e parchi. «Le scuole sono datate e vanno cambiate. Intervenire sull’esistente è difficile e la gente sceglie di vivere qui per la qualità di vita consona a una famiglia. Su questo siamo competitivi e per questo la città va migliorata». Così come va sostenuto il centro commerciale a cielo aperto di Villafranca e le attività produttive e imprenditoriali che pure, secondo Faccioli, hanno bisogno di una spinta: «Non vedo nelle imprese voglia di investire sul territorio, dare lavoro, fare squadra». Con i suoi due mandati, Faccioli ha attraversato la crisi economica tuttora in corso. Che Natale sarà per Villafranca? «Ho il rammarico che se avessi avuto qualche euro in più avrei potuto fare altro. Ma abbiamo attraversato anni terribili durante i quali la forchetta del divario sociale tra povertà e benestanti si è allargata a dismisura. Lo stipendio non garantisce più gli standard di vita di anni fa, i costi sono aumentati e le famiglie faticano a programmare per il futuro. Ma chiudiamo», conclude, «con un bilancio che ci permette di guardare serenamente a domani e non abbiamo tagliato servizi sociali e scolastici». •

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