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05.03.2018

«Dorfles chi? Lo conobbi e mi lasciò incantato»

Davide Ortombina con la pagina di Dorfles e le sue foto
Davide Ortombina con la pagina di Dorfles e le sue foto

«Conobbi Gillo Dorfles nella redazione del Corriere della Sera sette anni fa. Ne rimasi impressionato. L’estetologo aveva, allora, 100 anni. Mi colpì per la vivacità dell’intelligenza e la semplicità dei modi. Indossava una giacca di tweed. Era una persona alta, magra, autorevole». Davide Ortombina, fotografo e grafico villafranchese - sua la tipografia Bozzi che lo scorso anno ha festeggiato un secolo di attività - confessa che, fino a qualche settimana prima di quell’incontro, non sapeva chi era Gillo Dorfles. «Fui chiamato al Corriere della Sera all’inizio del 2011 da Gianluigi Colin, allora art director del quotidiano. Colin, che oggi si occupa di La Lettura, l’inserto domenicale del Corriere, stava preparando il fascicolo per il 150° dell’unità d’Italia. Avevo conosciuto Gianluigi in occasione dei lavori fatti con Gianni Berengo Gardin, il più grande e famoso fotografo italiano, in occasione della pubblicazione del libro La ferrovia Transapenninica, il viaggio, il territorio, la gente, per il quale Colin scrisse l’introduzione. Diventammo amici e ogni tanto mi chiamava per qualche lavoro. Quel giorno mi disse: “Mi servono delle foto per l’inserto del Corriere per il 150° dell’Unità d’Italia. Si intitolerà Italiani e racconterà l’identità del passato del nostro Paese, l’identikit del presente e gli orizzonti del futuro”». PER LA SEZIONE dedicata all’estetica, il bello e il brutto dell’Italia, Colin aveva previsto una pagina dedicata a Gillo Dorfles. Voleva tre scatti di Ortombina a corredo del servizio. «E chi è Gillo Dorfles?, gli chiesi. ”Ma come”, mi rinfacciò, “non sai chi sia? È uno dei più grandi critici italiani, un uomo che ha fatto la storia del costume e del gusto in Italia, uno dei massimi teorici mondiali dell’arte e artista pure lui”. Mi sentii piccolo e intimidito. E orgogliosissimo di dare tre mie foto per la pagina che trattava l’estetica. Una era piazza Unità d’Italia a Trieste, la città dove era nato Dorfles nel 1910; la seconda mostrava un giardino di vigneti che avevo scattato a Sassoscritto, in Toscana; la terza era una panoramica di Siena. Naturalmente, dopo quell’ incarico, volli conoscere tutto il possibile su Gillo Dorfles. Lessi anche alcuni suoi libri, guardai video con le sue interviste. Volevo capire chi era. E lo capii: un uomo dal pensiero straordinario, un grande artista, un creativo di cultura sbalorditiva. Un gigante di cent’anni». NON ERA IL PRIMO «gigante» che Ortombina incontrava. Qualche anno prima aveva fatto la conoscenza di Rita Levi Montalcini. «È stato quando ho realizzato un libro con la Canon Italia su un mio viaggio in Cina. La prefazione la scrisse la scienziata. «Caro signor Davide», mi disse quando la incontrai, «il suo è un bel libro fotografico. Devo andare in Spagna, la prefazione gliela spedirò via mail dall’aereo. Aveva 98 anni. L’importante, diceva, è mantenere attiva la mente. Non si deve mai mandare in pensione la mente, nel momento che si ferma questa, si ferma il corpo. Aveva ragione. Gillo aveva questa carica: spirito innovatore, intelligenza, vivacità. A 105 anni scrisse un articolo sul Corriere intitolato Il futuro. Non è straordinario che uno a 105 anni pensi al futuro? Quando lo incontrai in via Solferino, nell’ufficio di Gian Luigi Colin, ero appena salito su per la cosiddetta scalinata dei grandi giornalisti del Corriere con i ritratti, sulle pareti, di Montale, Montanelli, Biagi, Buzzati... Emozionante. Poi quell’incontro. Colin mi presentò: “Davide Ortombina fotografo e amico”. “Piacere, Gillo Dorfles”. Tornai a Villafranca su di giri. Orgoglioso. Pensai di fare come con la Montalcini: non lavarmi la mano per mantenere l’idea del contatto». •

Morello Pecchioli
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