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12.10.2018

La scheda

L’accesso al museo è da Villa Elena, dal nome della donatrice che ha permesso di allestire una stanza con arredi e accessori originali del primo Novecento. Il cuore del museo è dedicato a Verona nei secoli, città caserma prima, sede del comando tedesco e della Repubblica sociale negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. Niente è lasciato all’improvvisazione, ma tutto rigorosamente documentato con grandi pannelli che riproducono le pagine più significative de L’Arena di quegli anni, i manifesti di propaganda del regime, le leggi razziali, per entrare poi con due diorami nel cuore della guerra. Il primo ricostruisce la campagna d’Africa con oggetti originali recuperati in sei diversi viaggi di ricerca e scavo a cura di un socio appassionato di quel periodo e di quel contesto geografico.

 

L’altro diorama è ambientato nella campagna di Russia con la tragica ritirata dal Don. Si entrerà poi nella carlinga del B17 a gruppi di 25 persone per volta: si sentirà il rumore del motore del velivolo, il dialogo dei piloti e sul pavimento si aprirà un portellone, mostrando, attraverso una proiezione dall’alto sul pavimento, gli effetti distruttivi del bombardamento in corso. Lo stesso percepiranno nel bunker quanti saranno invitati ad entrare per salvarsi dalla morte che arriva dal cielo. L’uscita sarà nella Verona distrutta e in varie località della provincia dove sono avvenuti importanti fatti conservati nella memoria collettiva: da Ferrazze, a Montorio, a Giazza. Un’intera stanza è dedicata alla giornata della Liberazione e all’esterno del forte saranno parcheggiate una ventina di mezzi militari e civili, tutti originali, che i visitatori potranno ammirare nella minuziosa cura e conservazione con cui sono tenuti.

 

Vivere la storia, nata nel 2010 dalla passione per la storia contemporanea di un gruppo di amici, conta oggi 25 soci, con una consistente componente femminile che riveste nelle rievocazioni i panni del settore civile, «perché il nostro obiettivo», spiega il presidente Alberto Tezza, « «È un museo statico ma non stantio», è la definizione che ne dà il presidente, perché cartelloni e teche con varia oggettistica usciranno da queste stanze ed entreranno nelle scuole e nei circoli dove saremo chiamati. Quello che si vede oggi può non esserci più fra tre mesi per esigenze di temi affrontati. In più faremo quello che nessun museo fa: saremo noi stessi guide in uniforme storica, rievocando con i visitatori momenti salienti ed episodi significativi. È un museo dinamico perché capace di muoversi e trasferirsi di volta in volta nei Comuni che ne faranno richiesta, perché non ci interessa aver un bel gioiello in cassaforte ma stimolare l'intelligenza dei più giovani a capire o a cercare le fonti originali per farsi una propria opinione dei fatti.

V.Z.
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