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03.12.2017

Nanabianca, Francesca ha il suo metro di misura

Moscardo turista per siti storici italianiDonna piccola, trolley grande, nella sua auto pronta per le vacanzeFrancesca Moscardo all’ossario di Custoza
Moscardo turista per siti storici italianiDonna piccola, trolley grande, nella sua auto pronta per le vacanzeFrancesca Moscardo all’ossario di Custoza

Maria Vittoria Adami Novantotto centimetri di altezza. Peso: 25 chili. Anni 30. È un microcosmo di vitalità Francesca Moscardo, piccolissima donna che porta a spasso per i siti d'arte il suo nanismo diastrofico, patologia con la quale vive da sempre e della quale neanche ricorda la definizione precisa. Non è un problema per lei. Ci è cresciuta in tutta normalità. La scoviamo all’Ossario di Custoza, perché, laureata in discipline artistiche e archeologiche a Verona e, a marzo, in beni storico-artistici a Padova, ama salire sulla sua Panda Fiat personalizzata e andare a visitare luoghi del patrimonio italiano, per poi scriverne con ilarità disarmante sul suo blog Nanabianca. Qui racconta la sua vita a un metro d’altezza, senza filtri. È rimasta estasiata dal sacrario risorgimentale. «Me lo ha indicato Ester, una compagna di studi che qui fa la guida», ci spiega. «Mi ha detto che sarei riuscita a visitarlo da sola e così è stato». Coi suoi piccoli passi ci ha fatto il giro intorno, è scesa nella cripta, ha visitato il museo multimediale e ne ha fatto un sincero racconto sul blog. In quelle pagine virtuali spiega il suo modo di affrontare la vita: a colori, con ironia, sdrammatizzando. Attenta alla moda, curata nell’aspetto, non c’è verso di farle trovare una nota negativa nella sua esistenza. Anche i 30 motivi per cui essere bassi è una fregatura, sono per lei «esilaranti»: le fotocellule delle porte automatiche non ti vedono e in mancanza di bambini si rischia di essere richiesti come paggi portafedi ai matrimoni. E i vestiti? «Taglia da bambina, ma corpo di donna. La salvezza è stata mia mamma che è diventata sarta imparando da una vicina di casa». Le scarpe, invece, sono su misura, ma quindi anche del colore che vuole. Eppure non è tutto facile, dalle mille barriere che si incontrano per strada, allo sforzo fisico che le richiede ogni gesto. Il segreto? «Conta molto la predisposizione personale. Io sono sempre stata autoironica». Francesca non guarda al mondo col filtro negativo. «È bello raccontare temi scomodi o le città difficili per chi è come me, ma anche cosa c’è di buono. Non mi piacciono gli arrabbiati. È bene fare presente alcune situazioni, ma lo si può fare sdrammatizzando». Superato l’ostacolo mentale, dunque, tutto è alla portata: «Si impara a essere molto organizzati. Se prendo un treno per l’università, devo chiedere l’assistenza prima e devo sapere quindi quando parto e quanto ci metto. Ma sono riuscita persino ad arrivare in biblioteca a San Giorgio a Venezia senza scendere dalla mia carrozzina (la usa per gli spostamenti lunghi, ndr): dal treno al vaporetto e ritorno. Di per sé Venezia è inaccessibile, ma se vai per le vie d’acqua vedi la città da un’altra prospettiva». Francesca è stata anche a Roma, raccontando sul blog le sue «vacanze roNane» con l’amica. E poi all’estero e in Italia per mostre e siti storici. «Non sono autonoma da molto. Ho iniziato quando ho pensato di andare a vivere da sola, oggi vivo con i miei a San Massimo. E mi sono chiesta come ci potevo arrivare. Ho iniziato con le cose facili: andare al bar da sola, poi in biblioteca, poi in treno. A dicembre 2015 ho preso la patente e anche l’autostrada». La strada per la libertà. «Credo che tutto ciò che può accadere dipenda da te. Non l’ho sempre pensata così. Ho avuto momenti in passato in cui pensavo di avere solo limiti e non capivo che erano mentali. C’è chi si spaventa e si priva delle cose. Io ho paura per cinque minuti, poi penso che lo voglio fare e vado». I nemici peggiori per strada sono le porte pesanti, le maniglie alte e i banconi del bar. Ma Francesca ha un esercito di persone che le vogliono bene e sono suoi alleati, dai genitori Patrizia e Sergio che le hanno sempre fatto condurre una vita il più normale possibile, ai compagni di scuola, dall’amica Francesca «con la quale condivido l’esperienza di un processo interiore, lei vede le mie conquiste e io le sue», ad Elisa che vive a Roma «e ha vissuto l’inizio del mio cambiamento». E poi tanti interessi: per l’arte, sbocciata sui banchi dell’istituto superiore d’arte, la scrittura, Verona «e le viste sull’Adige, le chiese che il turista non vede e i panorami». Ma gli sguardi della gente pesano? «I bimbi mi percepiscono come adulta e chiedono perché quella signora è così piccola. Gli anziani mi vedono come una bambina e mi trattano come tale. Gli adulti a volte non sanno come gestire la situazione. E poi sì, la gente mi guarda, ma ci ho fatto l’abitudine. Non me ne accorgo più». Che cosa non si deve fare con le persone nane? «Mai prenderci in braccio! Se ci vedete in difficoltà, per esempio scendendo da un autobus. Qualcuno può avere le ossa fragili e comunque siete pur sempre degli estranei. C’è anche chi ti aiuta troppo, ma non abbiamo problemi a chiedere una mano se serve». Ti manca qualcosa? «Il vivere da sola. Ci arriverò, ma è lunga». Intanto lavora alla tesi di laurea: uno studio su un manoscritto miniato della biblioteca capitolare di Verona. E sta scrivendo due saggi sui compianti attorno al cristo morto di Santa Toscana e San Fermo. •

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