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25.02.2018

La campana sequestrata in diretta tv

Enzo Tortora e Remo Vicentini durante la trasmissione «Portobello» in cui si cercò di vendere la campana. Ma arrivò la telefonata di ChiarelliLa campana «muta» che venne sequestrata in diretta tv
Enzo Tortora e Remo Vicentini durante la trasmissione «Portobello» in cui si cercò di vendere la campana. Ma arrivò la telefonata di ChiarelliLa campana «muta» che venne sequestrata in diretta tv

La prima e unica volta che il paese di Bonferraro finì sugli schermi televisivi nazionali fu esattamente 40 anni fa per «merito» di una campana per giunta senza batacchio e per di più con un grosso foro. Una storia che forse oggi non susciterebbe tutto quel clamore che invece ebbe nel 1978, a livello nazionale, perché la sera del 13 gennaio accadde un fatto davvero insolito durante una famosa e seguitissima trasmissione televisiva sui canali della Rai: Portobello, condotta da Enzo Tortora. Per inquadrare tutta la vicenda bisogna fare un passo indietro. Alcuni anni prima del 1978 i campanari di Bonferraro vennero a conoscenza che un agricoltore che abitava in via Zucche, alla periferia del paese, aveva una piccola campana, con un foro e senza batacchio, che usava come contrappeso sotto il sedile di una motofalciatrice. Nel 1977 era iniziata, ed ebbe subito un grande successo, la trasmissione televisiva Portobello prendendo il nome appunto da una strada di Londra: Portobello road. La via deve la sua celebrità al mercato che vi si tiene quotidianamente e che attira numerosissimi turisti, particolarmente il sabato quando vi prendono parte molti espositori di antiquariato. Durante la trasmissione i partecipanti mettevano in vendita o loro invenzioni od oggetti e in diretta telefonavano i potenziali acquirenti per offrire, seduta stante, una somma per acquistarli. Il gruppo campanario bonferrarese era da anni che intendeva completare il concerto del campanile della chiesa parrocchiale con una sesta campana: la sestina. Il problema consisteva, ovviamente, nel trovare i soldi necessari per il suo acquisto. Quando videro in tv che nella trasmissione di Enzo Tortora era possibile mettere in vendita oggetti, magari anche di un certo valore storico-artistico, pensarono subito alla campana del loro amico agricoltore. Detto fatto. Andarono a recuperare il bronzo, del peso di circa 40 chilogrammi, con un diametro di 45 centimetri e alto 50 centimetri, che una volta ripulito permise di leggere la data della sua fusione: 1588. Vicino ad essa un marchio con la figura del Leone di San Marco, uno stemma gentilizio e alcune figure religiose in stile bizantino il che fece supporre che la fusione fosse stata realizzata nell’Italia del sud. A quel punto, ritenendo di avere in mano un oggetto che poteva far gola a qualche collezionista, i campanari decisero, all'unanimità, di tentare di vendere la piccola campana «muta» nella trasmissione di Tortora. Una delegazione di loro, guidata da Remo Vicentini, partì in treno per Milano, dove dalla sede della Rai si trasmetteva in diretta Portobello, portando con sé la campana bucata. La trasmissione funzionava così: in alcune cabine insonorizzate entrava uno o due venditori con l'oggetto posto in vendita. Delle centraliniste filtravano le richieste di offerta mettendo poi in contatto telefonico il potenziale acquirente con il venditore. Da quel momento iniziava la trattativa tra i due, senza che il pubblico sentisse cosa si dicevano. Potevano esservi più trattative, una di seguito all’altra con evidenziata sul video la somma offerta. Una specie di asta in cui il rilancio era fatto dagli acquirenti. Di tanto in tanto il conduttore ricordava l’oggetto offerto e il valore che di volta in volta assumeva. Quella sera, sfortunatamente per i campanari veronesi, davanti al televisore nella sua abitazione di Verona ad assistere alla trasmissione c'era anche il professor Renzo Chiarelli, soprintendente ai beni artistici di Verona. Quando apprese che si stava vendendo un oggetto dal valore storico-artistico che riteneva importante e proveniente dal territorio sotto la sua giurisdizione, alzò il telefono, chiamò gli studi della Rai di Milano e in diretta parlò con il conduttore della trasmissione, Enzo Tortora, intimandogli di sospendere la vendita della campana tra lo stupore generale. Il fatto era che oramai Remo Vicentini, che stava trattando appunto la vendita, si era già accordato con un antiquario romano per la somma di 7 milioni di lire. Tra l’altro l’antiquario, una volta concluso l'affare, aveva dichiarato che avrebbe rivenduto la campana all’estero. Per Vicentini e per i suoi amici presenti in studio fu una mazzata terribile. La possibilità di realizzare una somma tale che consentisse di acquistare la sestina per completare il concerto di campane della chiesa di Bonferraro era sfumata. Ma non si persero d’animo e tornarono a Milano, alla Rai, per protestare contro il sequestro del bronzo che nel frattempo era stato disposto dal sovrintendente, ma non ci fu nulla da fare. La campana non poteva essere venduta. Fu infatti posta sotto sequestro cautelativo e assegnata in custodia, sotto la sua responsabilità, a Remo Vicentini che la tenne nella sua abitazione, a poche decine di metri dal campanile della chiesa parrocchiale, fino alla sua morte avvenuta nel 1991. Con la scomparsa del responsabile della custodia cautelativa si presentava il problema di dove custodire il bronzo invenduto. La sovrintendenza decise che fosse custodito, a quel punto, nella cella campanaria della chiesa di Bonferraro. E così fu. Lo spostamento della piccola campana «muta» avvenne sotto scorta dei carabinieri dalla casa di Vicentini al campanile dove fu collocata su una mensola. Ancora oggi è là, e nessuno l'ha più rimossa anche se il sequestro è stato tolto. Per secoli ha suonato su un minuscolo campanile di una chiesetta settecentesca di campagna, in via Zucche, chiesetta da alcuni anni ristrutturata e riportata al suo antico splendore dopo essere rimasta diroccata per diversi decenni. Per la cronaca la «sestina» fu comunque acquistata con una raccolta di fondi tra i parrocchiani e fu fusa nello stesso anno a Vittorio Veneto. «È ancora senza nome», dichiarò in una intervista del 1996 Alfonso Mantovani, anch’egli campanaro, nipote di Remo Vicentini, «e vorrei proporre che sia intitolata a mio zio». Una proposta che tale è rimasta. Una vicenda d’altri tempi che anche dopo 40 anni è ancora viva nella memoria di chi gli «anta» li ha già superati da diversi anni anche per lo strascico di polemiche e contestazioni sorte tra gli abitanti di Bonferraro e quelli di Sorgà quando il campanilismo era fonte di diverbi e divisioni oggi impensabili. Ma questa è un’altra storia. •

Lino Fontana
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