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07.12.2017

Dal barcone al grande basket Lezione del profugo campione

Klaudio Ndoja in azioneGli studenti dell’istituto Stefani-Bentegodi alla conferenzaIl giocatore della Virtus Bologna parla agli studenti FOTO PECORA
Klaudio Ndoja in azioneGli studenti dell’istituto Stefani-Bentegodi alla conferenzaIl giocatore della Virtus Bologna parla agli studenti FOTO PECORA

Mariella Falduto La terribile esperienza di un ragazzino albanese in fuga dalla guerra civile, la sua grande forza di volontà, l’integrazione favorita dallo sport. C’è tutto questo nella storia di Klaudio Ndoja, classe 1985, per gli amici Klod, immigrato in Italia vent’anni fa su un barcone e oggi capitano della Virtus Basket Bologna, che è stata raccontata agli studenti dell’istituto Stefani-Bentegodi dal protagonista. Con lui, nell’aula magna dell’istituto Bolisani dove lo Stefani ha cinque classi, l’amico Michele Pettene, autore del libro sulla vita di Klod La morte è certa, la vita no. Ndoja è stato uno dei tanti profughi che negli anni Novanta lasciarono la povertà di un’Albania dilaniata dalla guerra civile in cerca di un futuro migliore. Abitava con la famiglia a Scutari, dove da bambino imparò a centrare un canestro grazie al papà. «Non andavamo a scuola perché il tragitto era pericoloso», ha raccontato, «nessun luogo era sicuro. Allora mio papà andò a segare un canestro in una scuola abbandonata e lo mise nel giardino di casa: così è nato il mio amore, forse forzato, per la pallacanestro. Allora la gente moriva per strada, gli ospedali erano distrutti e si curavano le ferite con tabacco (sbriciolando le sigarette), zucchero e una benda, come si fece quando mia sorella rimase ferita, fortunatamente solo di striscio, ad un polpaccio da una pallottola vagante, fatto che spinse mio padre a decidere di partire». «Ci imbarcammo a Valona per Brindisi», ha continuato, «e i viaggi venivano organizzati dagli scafisti di notte per sfuggire più facilmente alla guardia costiera; partivano una decina tra barconi e gommoni ciascuno con trenta persone a bordo, la guardia costiera non avrebbe potuto inseguirli tutti. Ogni passeggero pagava un milione e mezzo di lire, mio padre aveva venduto tutto quello che avevamo per pagare il viaggio. Ma il trasporto delle persone era solo un maschera, in realtà il vero traffico era quello di droga: sul barcone sotto i miei piedi c’erano due borsoni pieni di cocaina». «Quando sono arrivato in Italia», ha raccontato ancora il giovane atleta, «non conoscevo la lingua, avevo solo un sacco nero delle immondizie con dentro una tuta e un paio di scarpe da ginnastica. Per un anno e mezzo sono stato invisibile, non avevo documenti né amici. Vivevamo a Palazzolo milanese nello scantinato di una fabbrica dove aspettavamo che mio padre, che lavorava in nero, finisse per uscire. Dormivamo tutti in una stanza su un divano letto. Mettersi in regola e ottenere il permesso di soggiorno è stata una strada lunga e tortuosa. L’unico posto sicuro per me era l’oratorio; fu don Marco Lodovici a dirmi di giocare nella squadra dell’oratorio, e quando alla prima partita ero senza documento di riconoscimento, fu lui a fare un’ autocertificazione che mi permise di giocare. È stato per me una persona molto importante, che mi ha spinto a raccontare la mia storia». Ndoja ha continuato ancora, rispondendo con Pettene anche alle domande degli studenti: «Ho vissuto cose che mi hanno spinto a cercare di cambiare la mia vita in maniera legale. Ci sono riuscito grazie alla famiglia, alla forza di volontà e alla fede, sono molto credente, uno dei momenti più belli della mia vita è stato l’incontro in piazza San Pietro con papa Francesco. Appena arrivato in Italia mi faceva male l’indifferenza, mi sono sentito rifiutato quando mi chiamavano “albanese di merda”, poi ho capito che si ha paura di quello che non si conosce, che l’immigrato sbaglia quando si chiude in se stesso e che quando si arriva in un paese bisogna rispettare le leggi e le regole per essere accettati, e quando ti conoscono le cose cambiano». Ha detto di sentirsi albanese ma che il suo futuro è in Italia, e poi rivolto ai ragazzi: «Voi vivete nella parte bella del mondo, dove tutto è facile, la scuola mette a vostra disposizione cose che io non sognavo neanche, non buttatele via. Se ce l’ho fatta io che non sapevo la lingua...Il futuro è solo vostro». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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