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19.01.2018

C’è un caccia sepolto nel campo Abbattuto dai tedeschi nel 1945

Un Lockheed 38 Lightning come l’aereo abbattuto nel campo di Isola della Scala nel 1945Leone Falavigna, il testimone che vide l’abbattimento da bambinoStefano Gregorotti e Alessandro Falavigna con il metal detectorI resti metallici del caccia americano FOTOSERVIZIO DI LUIGI PECORAUn pezzo dell’aereo con l’incisione di un numero di serie
Un Lockheed 38 Lightning come l’aereo abbattuto nel campo di Isola della Scala nel 1945Leone Falavigna, il testimone che vide l’abbattimento da bambinoStefano Gregorotti e Alessandro Falavigna con il metal detectorI resti metallici del caccia americano FOTOSERVIZIO DI LUIGI PECORAUn pezzo dell’aereo con l’incisione di un numero di serie

Luca Fiorin C’è un caccia americano sepolto nei campi che si trovano a non più di 800 metri, in direzione Sud-Ovest, da villa Vo’ Pindemonte ad Isola della Scala. Questo è quanto affermano quattro appassionati di ricerche di cimeli di Buttapietra, i quali hanno già trovato piccoli resti del velivolo, pezzi metallici di qualche centimetro di lunghezza, sono riusciti a ricostruire la storia della sua caduta, ed ora sono pronti a realizzare ricerche in profondità allo scopo di riportare l’aereo alla luce del sole. Il geometra di Buttapietra Stefano Gregorotti, che ha una passione così forte per il volo da definirsi un «pilota mancato, e i suoi compaesani Paolo Cassini ed Alessandro Falavigna, che sono dipendenti di due aziende della zona, ed Adriano Conti, che fa l’operaio per il Comune, hanno scoperto la presenza dei resti dell’aereo da guerra, che hanno verificato essere un Lockheed P 38 Lightning, mettendo insieme testimonianze orali e studi su testi e documenti storici. «Tutto è iniziato grazie a racconti sentiti dagli anziani», racconta Gregorotti. Narrazioni come quella che, non senza commozione, propone Leone Falavigna. Un ottantaquattrenne che sino al 2000 ha abitato al Vo’. «Avevo dieci anni e quel giorno ero nei campi, per cui mi ricordo bene di quell’aereo che stava cadendo, del pilota che è sceso con il paracadute e di un altro caccia che ha controllato dall’alto quello che stava succedendo, prima di andarsene», racconta Falavigna. Il quale, poi, spiega anche che «l’aviatore si era nascosto dentro ad un fosso e stava cercando di andare verso Isola quando l’hanno preso i tedeschi, che l’hanno picchiato». D’altronde, come rivela Gregorotti, «altre persone della zona spiegano che l’areo, cadendo di punta, si è infilato nel terreno e che coloro che abitavano in zona, dopo aver preso quel che potevano, visto che tutto era buono in quei tempi di grandi privazioni, avevano cercato di tirarlo fuori con corde tirate da buoi, senza però riuscirci». Grazie ad un ricercatore veneziano, il geometra di Buttapietra è riuscito ad entrare in possesso dei documenti dell’esercito americano. In particolare, del Macr, acronimo di Mission air crew report, redatto dal pilota che il 23 aprile del 1945 viaggiava a lato del caccia colpito, Leon B. Stephens Jr. «Alle ore 12,20, volando ad un’altitudine di 700 piedi (circa 210 metri, ndr) a sud di Verona, Italia, il Lt. Sumares, mio compagno d’ala, mi ha chiamato e mi ha detto: “Sono stato colpito dalla Flak (termine con cui veniva definita la contraerea tedesca, ndr) e il mio sistema di alimentazione è fuori uso”. Ho dato un rapido sguardo al suo aereo ed ho visto che il serbatoio della sua ala destra era in fiamme. L’ho chiamato subito e gli ho detto che era in fiamme. Ho chiamato il Colonnello Nance (il comandante dell’unità alla quale appartenevano i velivoli, il quarantanovesimo Fighter Squadron Army Air Force, ndr) e lo stesso ha detto che doveva lanciarsi. Ho tirato su l’aereo fino a 2.000 piedi (circa 670 metri, ndr), virando e portandomi sulla sua coda. Si è poi lanciato, ed il suo paracadute si è aperto a circa 300 piedi (100 metri, ndr) dal suolo. Ho volato in cerchio finché non ha toccato terra e non sono stato sicuro della sua salvezza. Il suo aereo si è schiantato a terra». Questa è la traduzione del rapporto scritto il giorno dopo l’abbattimento da Stephens. Il resto sono le ricostruzioni fatte da Gregorotti: «Sicuramente gli aerei facevano parte di una formazione partita dalla provincia di Foggia per bombardare Verona e aveva iniziato il rientro dopo aver svolto un incarico di scorta e ricognizione armata, come era accaduto per un altro caccia abbattuto in quelle ore a Mambrotta». E le ipotesi che è possibile fare dopo la lettura dalle carte ufficiali, da cui risulta che il pilota del caccia non è mai stato prigioniero di guerra. «Probabilmente i tedeschi hanno preso l’aviatore americano, l’hanno malmenato e poi lasciato andare, forse perché impegnati a fuggire», azzarda il geometra. Fatto sta che lui ed i suoi amici cercatori di arei, dopo aver individuato il punto in cui sarebbe sepolto il caccia sulla base delle coordinate riportate nelle carte dell’esercito e di una ricerca fatta con un normale metal detector, sono riusciti a sapere che il pilota si chiamava Antony Sumares, all’epoca aveva poco più di vent’anni, oltre che i gradi di tenente dell’aviazione, e faceva parte di una famiglia immigrata nel 1940 negli Stati Uniti dal Portogallo e residente ad Auckland, una città posta sulla baia di San Francisco. Gregorotti in questi giorni ha ricevuto una risposta dal quarantanovesimo Squadron in cui gli chiedono se è possibile avere qualcuno dei pezzi dell’areo ed ulteriori informazioni, e si sta preparando a chiedere di essere messo in contatto con il pilota o la sua famiglia. Non prima di aver effettuato quelle ricerche in profondità con le quali spera di trovare il velivolo. Domenica, meteo permettendo, al Vo’ dovrebbe esserci il verdetto definitivo, grazie alla presenza di uno speciale metal detector, che è in grado di scoprire grosse masse di metallo anche a 7-8 metri di profondità. «Siamo convinti di individuare il caccia, che poi vorremmo davvero poter far tornare in superficie», raccontano gli appassionati di ricerche di cimeli storici. I quali, peraltro, si stanno organizzando in un team ed invitano chi avesse segnalazioni a scrivere alla mail ovest36@gmail.com. •

Luca Fiorin
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