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14.12.2017

Il parroco ospita tre profughi E loro scoprono com’è la neve

Don Daniele Soardo con Osemeke Godday, Oviasuy Matteo e Oke James FOTO PECORA
Don Daniele Soardo con Osemeke Godday, Oviasuy Matteo e Oke James FOTO PECORA

Nicolò Vincenzi Methew prima di entrare in canonica evita le pozzanghere d’acqua e gli ultimi resti della neve caduta domenica scorsa. Alla domanda di Don Daniele Soardo, se l’avesse mai vista prima, guardando il campo di calcio imbiancato fuori dalla finestra sorridendo dice di no: «Mai, in Nigeria non nevica». Methew ha poco più di vent’anni, è in Italia da marzo ed è originario del Paese centroafricano. Ora è ospitato dalla parrocchia di Povegliano, insieme all’altro connazionale James, in un piccolo appartamento. La sua storia è simile a tante altre. Morto il padre e dopo essere sopravvissuto ad una mattanza, racconta di aver lasciato la sua terra su un grande autobus alla volta del Niger. Da lì, dopo una settimana di viaggio è arrivato in Libia, a Tripoli. Nella capitale però è stato incarcerato per tre mesi in condizioni che definisce «too bad», pessime. Riuscito a liberarsi, si è poi diretto a Misurata e quindi verso quel mare che è speranza e cimitero allo stesso tempo: il Mediterraneo. Senza nulla, oltre i vestiti che indossava, a bordo di un gommone è giunto prima a Lampedusa e quindi in Sicilia. Grazie alla cooperativa Samaritano, il ramo della Caritas diocesana che si occupa del progetto profughi, ora si trova a Povegliano. In totale gli ospiti della parrocchia sono tre. I due ragazzi, infatti, si aggiungono ad un terzo arrivato oltre un anno fa a cui gli è stato rinnovato il permesso finché l’iter, per verificare il suo status di rifugiato, non sarà completato. Per lo stesso motivo, James e Mathew, rimarranno in paese per un periodo compreso tra un anno e un anno e mezzo. «Da quando sono qui», racconta con alle spalle uno zainetto, «non ho più avuto contatti con la mia famiglia in Nigeria». Mathew, è arrivato a Povegliano da pochi giorni, ma ha già imparato a muoversi. La mattina prende l’autobus che lo porta a Verona per un corso di alfabetizzazione. James, di fianco a lui, annuisce ma non se la sente di raccontare la sua storia. Don Daniele Soardo domenica scorsa ha deciso di farli conoscere, durante la messa, a tutta la comunità: «Quando una persona viene a casa tua lo presenti», dice. «È una comunità cristiana intera che accoglie. Il progetto è stato abbracciato dal Consiglio pastorale e dalla parrocchia, non solo da me». Poi spiega come si stia muovendo nel solco tracciato da papa Francesco quando ha esortato ad aprire le porte e accogliere, ma precisa: «Accoglienza non vuol dire solo dare una sistemazione, ma anche cercare di inserirli. Per questo più che allo Ius Soli (diritto di cittadinanza legato al luogo di nascita) vedo con maggior interesse lo Ius Culturae (diritto di cittadinanza legato al percorso formativo a scuola). Una persona rimane qui quando ha imparato la lingua, elemento fondamentale per l’integrazione». Per questo, infatti, in canonica al pomeriggio i ragazzi seguono anche corsi di italiano tenuti da alcune maestre in pensione. Il parroco sottolinea anche che gli ospiti dovranno rendersi utili, una volta fatta l’assicurazione, come volontari per servizi e mansioni a favore della parrocchia. «È assurdo che una persona che viene accolta in Italia non possa neanche svolgere dei servizi socialmente utili. Dovrebbe essere la prassi. In qualche modo devono “meritarsela” questa accoglienza. Se potessero lavorare, ad esempio, si abbasserebbero anche i toni delle critiche e del clima di indifferenza, o anche di astio, che a volte si respira. Serve allora un cambio di rotta nelle istituzioni italiane ed europee». Nel triennio che va dal 2014 al 2016, evidenzia il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), sono sbarcati sulle nostre coste dai 153 mila ai 181 mila immigrati. Sempre il Cnr precisa che l’impatto demografico della popolazione immigrata nel nostro Paese è sempre più alto: un quinto dei nati ha la madre straniera. A controbilanciare il dato, però, c’è un altro fattore: l’emigrazione dall’Italia che dal 2008 al 2016 è triplicata. Su questi numeri si sofferma anche don Soardo spiegando che se si parla di accoglienza bisognerebbe partire sempre dal loro punto di vista, non dal nostro. «Quando non vedi prospettive, c’è la guerra o la fame e sei giovane provi ad avere un’altra vita», ragiona. E quindi pone una domanda: «Come si fa a dire: No, rimanete a casa vostra. Chi conosce l’emigrazione italiana dovrebbe sapere che ci sono milioni e milioni di nostri connazionali che hanno fatto la loro fortuna e quella del Paese che gli ha ospitati. Perché non potrebbe essere lo stesso ora?» •

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