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25.11.2018

Orrori di guerra del castello prigione nel diario del nonno Metodej Sadila

Ilja Hradecky durante la testimonianza FOTO PECORA
Ilja Hradecky durante la testimonianza FOTO PECORA

«Siamo rinchiusi nel giardino tra filo spinato come bestie, nelle nostre tende in compagnia dei pidocchi; ogni giorno riso e zuppa, scarsi, poca carne di cavallo, poca legna per scaldarci...Pensiamo alle nostre case, tra fame e malattia, freddo e miseria. Siamo deboli. Molti muoiono». Passi dal diario del prigioniero di guerra cecoslovacco caporale Metodej Sadila: li legge il nipote Ilja Hradecky nella sala consigliare in occasione dell’incontro Castel d’Azzano campo di prigionia nella grande guerra. Nel benvenuto, davanti a un folto pubblico, il sindaco Antonello Panuccio ha raccontato: «La serata nacque il 31 ottobre 2016 quando sentii i fratelli Marcel e Ilja Hradecky che mi parlarono del diario del nonno Metodej soldato austriaco prigioniero proprio qui al castello». «L’incontro di questa sera è un’occasione straordinaria per conoscere meglio la storia del nostro paese», ha aggiunto l’assessore alla cultura Monica Gasparini. La professoressa Anna Frinzi ha ha illustrato la storia del castello: «Comprendeva 260 campi entro una mura di tre miglia di giro ed era centro di vita e di cultura». Nel 1917 il castello fu requisito per ospitare gli ufficiali italiani, poi nel 1918, alla morte dell’ultimo Nogarola, il castello ha perso il suo splendore e il parco distrutto per far legna. Il racconto del nipote Hradecky comincia con la proiezione di alcune foto in cui è ritratto insieme al nonno. «Non sapevo che mio nonno avesse tenuto un diario del tempo trascorso in guerra. Quando è morto, nel riordinare la sua stanza mio fratello Michael lo ha trovato in uno scatolone. Su una carta geografica abbiamo seguito il percorso della sua vita militare. A 29 anni, il 23 aprile 1914 si era sposato, il 3 agosto gli è giunta la lettera di mobilitazione ed è partito. Era panettiere, è stato assegnato a quel settore. Nel diario si sofferma sulla prigionia quando il 3 novembre 1918, durante la ritirata, è fatto prigioniero a Trento, da qui a piedi fino a Torbole, quindi in battello a Peschiera e a piedi a Castel d’Azzano dove arriva il 10 novembre. Qui rimane fino al gennaio 1919 quando è trasferito in treno a Busto Arsizio dove con i compatrioti ricostituiscono una formazione dell’esercito cecoslovacco; il primo luglio tornano in patria e il 14 ottobre festeggiano la liberazione della Slovacchia dall’occupazione ungherese bolscevica. Nel 2016, con mio fratello abbiamo ripercorso tutte le tappe della prigionia raccontate nel diario, siamo venuti anche qui al castello». Alcune frasi. «10. 11. 1918, hanno preso i nostri battaglioni e sotto scorta ci hanno fatto andare a piedi al tristemente famoso campo di prigionia a Castel d’Azzano. Ci siamo arrivati la sera. C’erano già allocati tanti prigionieri di tutte le nazionalità: austriaci, russi e serbi catturati in Austria. Eravamo come una prigione, non si riusciva a vedere niente, solo il muro del giardino». «Abbiamo sofferto molto la fame. Non siamo riusciti a comprare nessuna cosa solo ciò che era disponibile dai soldati italiani che erano di guardia; era molto costoso. Gli italiani hanno approfittato del nostro status miserabile a più non posso. Per un orologio o un anello c’era un pezzo di pane o un po’ di tabacco. Proporzione insopportabile». «Gli ospedali avevano una grande percentuale della nostra gente, molti di loro morivano. Eravamo tutti così deboli». «Noi cechi eravamo circa 6.000». «È stata una costante del nostro desiderio scappare da qualche parte, non importa dove. Non avevamo idea di che cosa stava realmente accadendo nel mondo». «È arrivata la vigilia di Natale. Non avevamo niente, solo un po’ di castagne e piatti semplici. Quella notte e il giorno dopo ha piovuto. Siamo stati d’animo molto triste». «È giunto il momento per noi di lasciare Castel d’Azzano. Era l’11 gennaio 1919. Siamo andati alla stazione di Verona. Non sapevamo dove stavamo andando, ma era indifferente». La testimonianza in sala consiliare dura a lungo, con la traduzione di Zuzana Fleissigova. Poi un concittadino ricorda l’esperienza del nonno, soldato a guardia dei prigionieri: «Mi raccontava che la fame era tanta e in estate di notte aiutava qualche prigioniero a saltare la cinta per andare a prendere della polenta». All’ ospite è stata regalata un’ acquaforte ed acquatinta su rame dell’ artista Rino Guandalini che riproduce il castello villa Nogarola. •

Giorgio Guzzetti
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