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23.02.2017

Mafia, lo sdegno di Impastato:
«Non c’è volontà di eliminarla»

Giovanni Impastato con gli studenti del Calabrese-Levi
Giovanni Impastato con gli studenti del Calabrese-Levi

Nell’aula magna dell’istituto Calabrese-Levi di San Pietro in Cariano si è chiuso con uno struggente ricordo della madre Felicia, l’incontro con Giovanni Impastato, fratello di Peppino: «Saperi contro le mafie», promosso dalle insegnanti Nicoletta Capozza e Marina Scannavino.

«Mia madre», ha raccontato Giovanni, «è stata una svolta: solo lei poteva chiedere la vendetta per la morte di Peppino e ha rifiutato, spezzando una secolare catena. Non ha rotto il legame col figlio, non ha lasciato il marito, ma si è schierata dalla parte della legalità. Al processo, ripreso dalla telecamere della Rai ha puntato il dito contro Gaetano Badalamenti: né odio, né rancore, ma giustizia». Un applauso fragoroso ha sottolineato la testimonianza del fratello di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a Cinisi, in Sicilia, il 9 maggio del 1978. «Una notizia che passò quasi sotto silenzio», ha sottolineato Giovanni, «perché quello fu il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro sulla Renault 4 rossa».

Una storia esemplare quella di Peppino Impastato e della sua ribellione alla mafia, nella seconda metà degli anni ’70, raccontata anche da Marco Tullio Giordana nel film «I cento passi», che è rivissuta nel racconto del fratello ed è diventata lo stimolo per un riflessione a più voci sui temi della legalità e della lotta alla mafia. «Una figura di estrema modernità quella di Peppino Impastato», ha rimarcato Gabriele Licciardi, docente di storia contemporanea, «che in un piccolo paese ha fondato un radio libera e si è scagliato apertamente contro il boss Tano Badalamenti». Il tema delle infiltrazioni mafiose nella società è stato affrontato da Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso pubblico, che ha messo in luce i legami di interesse e il complesso meccanismo di gestione di una società mafiosa «che punta a condizionare la politica e i consigli comunali per arrivare agli appalti. Una situazione ormai visibile anche nella nostra provincia», ha rimarcato. «C’è un po’ di mafia anche dentro di noi: cominciamo a ripulire anche noi stessi», ha insistito Roberto Tommasi, coordinatore regionale di Libera, ripercorrendo il cammino dell’associazione fondata da don Luigi Ciotti per riattivare la società civile con progetti dedicati alla legalità, usando i beni sequestrati dallo Stato alla mafia.

Le domande dei ragazzi della classe 4a BF dell’istituto hanno consentito di costruire un dialogo che ha attraversato la storia della lotta alla criminalità organizzata degli ultimi decenni, con le sconfitte, «ma anche», ha sottolineato Giovanni Impastato, «con le vittorie ottenute senza leggi speciali». E sull’orizzonte della difesa della legalità, la tutela dell’ambiente naturale, ma anche di quello umano che solo può consentire una vita libera. «La mafia non l’abbiamo sconfitta», ha concluso Impastato, «manca la precisa volontà politica di risolvere il problema. La mafia ha ucciso i migliori servitori dello Stato: partiamo da Giovanni Falcone per capire cos’è. Anche la memoria è importante e si deve alimentare e condividere partendo dai giovani».

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