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17.01.2019

Risorge la Festa dei bugiardi invocata dai residenti di Ceredo

Si rifarà a Ceredo la festa dei bugiardi? La invocano molti dei tanti protagonisti che in questa passerella di gigantesche frottole hanno deliziato serate indimenticabili. «Certo che si farà», dice convinto Denis Ronconi, titolare dell'antica trattoria Cescatto, «e ripartirà non più nella storica e centenaria sede che dopo quasi cent’anni ha traslocato, ma nel nuovo ambiente aperto da pochi mesi. Una necessità che ci ha impedito di dedicarci completamente a questo particolare appuntamento». Ed è qui, in questa frazione di Sant'Anna d’Alfaedo e in questa nuova trattoria che sarà rimesso in piedi questo festival dei bugiardi, dove al termine di una serata, dopo una lunga e colorita esibizione, al miglior bugiardo un’apposita commissione, composta da affiliati al «Club dei busiari» assegnerà come premio finale un Pinocchio di legno. «Un compito non facile per la commissione, considerata la folta schiera di bugiardi, per gioco naturalmente, in corsa per fregiarsi di questo titolo e portarsi a casa Pinocchio», ricorda Denis Ronconi, detto «El pitor» e lui stesso incoronato Pinocchio nel 1995, che tutti gli articoli su questo evento pubblicati sul quotidiano l’Arena e ben raccontati dal corrispondente locale, lo scomparso Lino Benedetti, li ha sistemati in eleganti cornici appese in bella vista sulle pareti della trattoria. Denis spiega che questo ritrovo annuale dei bugiardi è nato per caso, una sera in trattoria nel 1990. Quando un signore di una comitiva di amici che stavano cenando, mise sul loro tavolo un piccolo Pinocchio di legno. E tra una portata all’altra accompagnata da un bicchiere di vino, lo stesso propose agli amici un gioco: avrebbe vinto chi avesse raccontato in quel momento la bugia più grossa. La serata finì per coinvolgere anche altre persone presenti che, prese da queste esibizioni, proposero all’ideatore di ritrovarsi anche l’anno dopo, sempre in quel posto e nello stesso periodo. Il gruppo negli anni aumentò e l’appuntamento divenne fisso. «La serata», spiega Denis, «aveva questo cerimoniale: si presentava il «corpo elettorale», accorso dalla Lessinia, ma anche dalla Valpantena e dalla città, per concorrere alla prestigiosa carica che, come da statuto, pensato ma mai scritto, durava solo un anno e non era rinnovabile. Ma prima della consultazione, c'era da consumare la cena di rito con lasagne al sugo di cinghiale, risotto al tastasal, scaloppine al vino bianco, pastissada di musso con polenta, verdure di stagione, dolce, caffè. Un gran menù, annaffiato con il Valpolicella. Fra una portata e l'altra c'era l'occasione per fare e farsi propaganda dal momento che tutti erano candidati e, al tempo stesso, elettori. Propaganda che consisteva nel vergare con un pennarello su fogli di carta da affiggere sulle pareti della sala da pranzo frasi ad effetto in rime approssimative per appoggiare se stessi o qualche candidato. Poi», conclude Denis, «arrivava l'ora del voto. Sulla porta dell'unico seggio, sorvegliato da due guardie armate di mitra di legno, una scritta avvertiva: “Qui si entra per esprimere un voto sincero”. Seguiva il cerimoniale dell'investitura dell'eletto che prometteva una gita e di onorare la carica. Poi un brindisi e il gran finale con i fuochi d'artificio». •

R.C.
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