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22.01.2019

Le ultime sue notizie al mercato «Dite ai miei che mi portano via»

Di lui non esiste più nemmeno una foto, il suo nome è però rimasto scritto nel registro del lager di Mauthausen ed il ricordo è naturalmente ancora vivo nei familiari. Enrico Zampini, nato a Pescantina il 30 agosto del 1912, aveva 33 anni quando morì di stenti nel lager austriaco il 13 marzo del 1945, poche settimane prima che le avanguardie della 3ª Armata americana entrassero a liberare il campo, il sabato 5 maggio del 1945, ultimo atto della tragedia dell’eccidio nazista. Nel ricordare queste date, Fanny Zampini, nipote di Enrico, si commuove. Per tutta la vita ha insegnato alle elementari ed ora, a 83 anni, è in pensione e rievoca lucidamente questa storia. Figlia di Vittorio Zampini, di fede socialista, Fanny, nipote di Enrico, ha ascoltato questi racconti dalla zia Alice, sorella di Enrico e molto simile a lui per temperamento. Sulle circostanze della deportazione dello zio, Fanny aggiunge particolari inediti. «Se fosse andato in Russia, probabilmente si sarebbe salvato», racconta, «era di stanza ad Alessandria, in Piemonte, in attesa di partire per la Russia. Tante cose le ho scoperte anch’io dai libri di Guareschi. È successo l’8 settembre del ’43 e ai militari è stato imposto l’aut aut: o con i tedeschi o in campo di concentramento in Germania. Questi soldati, reduci dalle durissime campagne militari di Albania e Grecia erano stufi di guerra e una sera in libera uscita, ad Alessandria, hanno bevuto “quatro goti” in giro per la città e poi hanno cantato Bandiera rossa. Sono stati intercettati dalla ronda e deferiti alla Corte marziale, processo a Sanremo. Mia zia Alice, sorella di Enrico, è andata al processo e la sentenza è stata la condanna al carcere di Gaeta. I condannati però non hanno fatto in tempo a raggiungere Gaeta perché nel frattempo sono arrivati gli Americani: la loro destinazione fu Peschiera e da lì la Germania». Sulla partenza da Peschiera di quei soldati, ormai prigionieri dei tedeschi, il 9 settembre del 1943, Fanny ricorda un dettaglio molto commovente: «Quando la colonna dei soldati italiani, scortati dai reparti tedeschi, uscì dalla fortezza-prigione, in piazza trovò il mercato settimanale e tra le bancarelle ce n’era una di ambulanti da Pescantina. Erano Omero, personaggio protagonista di mille avventure, e sua madre. Quest’ultima riconobbe Enrico e, scambiate poche parole, ricevette da lui l’incarico di avvisare i genitori che lo stavano portando in Germania». Una volta ritornata a Pescantina, la mamma di Omero corse a dare la notizia nella casa dei Zampini. E la sorella Alice, a sua volta, si precipitò in stazione e prese il primo treno per Bolzano, nella speranza di rivedere il fratello Enrico. Ma non ci riuscì: il treno dei deportati aveva già passato il confine. «Enrico», conclude Fanny, «fu portato con altri 2000 soldati a Dachau in condizioni terribili e da lì venne trasferito a Mauthausen, dove gli venne attribuita la qualifica di prigioniero politico, con il triangolo rosso sulla divisa e il nuovo numero di matricola, 40850, rispetto a quello precedente di Dachau, dove era stato registrato come Azr, cioè lavoratore forzato per il Reich. A Mauthausen, Enrico Zampini non riuscì a sopravvivere. Ricordi, questi, ancora pesanti da portare». •

L.C.
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