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20.11.2018

«Shock Wave» cura le coronarie e previene l’infarto

L’équipe della cardiologia del Sacro Cuore di Negrar, prima in Veneto ad utilizzare lo Shock Wave
L’équipe della cardiologia del Sacro Cuore di Negrar, prima in Veneto ad utilizzare lo Shock Wave

Le onde d’urto liberano le coronarie da ospiti indesiderati e potenzialmente pericolosi come i depositi di calcio. La Cardiologia dell’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, diretta dal professor Enrico Barbieri, per la prima volta in Veneto ha utilizzato un innovativo dispositivo simile a un palloncino, in grado di rompere le placche di calcio depositate nelle coronarie di due uomini, di 79 e 76 anni, esponendoli a un elevato rischio d’infarto. Sono infatti le onde d’urto l’ultima frontiera dell’angioplastica coronarica, la procedura di cardiologia interventistica impiegata per prevenire o curare l’infarto del miocardio. La dottoressa Esther Campopiano ha eseguito la procedura affiancata dal dottor Guido Canali, responsabile dell’emodinamica di Negrar che nel 2017 ha eseguito 300 angioplastiche, metà delle quali in urgenza. Il dispositivo utilizzato si chiama Shock Wave, si usa in Italia da meno di un anno e finora è stato impiegato in 150 casi in centri selezionati. È simile al palloncino utilizzato nell’angioplastica tradizionale per dilatare meccanicamente l’arteria e permettere l’inserimento dello stent affinché rimanga aperta, consentendo il regolare passaggio di sangue. Ma, a differenza del palloncino tradizionale, lo Shock Wave è dotato di due poli che, azionati da un generatore esterno, emanano onde d’urto capaci di mandare in mille pezzi la formazione di calcio dovuta all’arteriosclerosi, malattia infiammatoria cronica delle arterie caratterizzata da vari tipi di depositi lungo le pareti delle arterie, che creano stenosi e ostruiscono il fluire del sangue. Questo sistema si basa sullo stesso principio usato per la frantumazione dei calcoli renali e abbassa i rischi di rottura dell’arteria, di formazione di una nuova stenosi o di sviluppo di trombosi. «I pazienti con arteriosclerosi coronarica che presentano una prevalente deposizione di calcio nelle pareti possono essere particolarmente complessi da trattare», spiega Campopiano. «In questi casi l’angioplastica tradizionale non è del tutto efficace: a causa della resistenza del calcio, il palloncino non riesce a dilatare completamente l’arteria e a consentire il posizionamento corretto dello stent, col rischio che poi il paziente possa sviluppare un nuovo restringimento o una trombosi, anticamera dell’infarto». Finora per questi pazienti la Cardiologia del Sacro Cuore utilizzava il Rotablator, metodica che prevede al posto del palloncino una piccola fresa a punta diamantata simile a quella usata dal dentista. «È una tecnica fondamentale, ma con alcuni limiti», conclude la dottoressa, «anzitutto è particolarmente invasiva e comporta un più alto rischio di rottura del vaso. Inoltre, per la sua complessità, richiede una lunga formazione da parte del cardiologo e viene perciò praticata in pochi centri in Italia». •

Camilla Madinelli
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