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09.01.2019

Metastasi cerebrali: a Negrar
la nuova frontiera delle terapie

Il dottor Filippo Alongi e la sua equipe
Il dottor Filippo Alongi e la sua equipe

Una nuova tecnica hi-tech di radioterapia che vede l’Italia all’avanguardia nel mondo si è dimostrata in grado di colpire molte metastasi cerebrali contemporaneamente, riuscendo a bloccarne la progressione. A dimostrarlo, uno studio pubblicato sul Journal of Cancer Research and Clinical Oncology. La radiochirurgia è una tecnica radioterapica non invasiva che permette di irradiare piccole lesioni tumorali con un’elevata dose di radiazioni.

 

Da alcuni anni viene utilizzata al posto della radioterapia convenzionale in alcuni tipi di metastasi. Ultimamente si è iniziato a utilizzarla anche per le metastasi al cervello, ma finora era possibile trattane una alla volta, richiedendo numerose sedute, con il rischio di dilazionare troppo i tempi di cura. Grazie a un nuovo software da integrare all’apparecchiatura di radiochirurgia è ora possibile trattare contemporaneamente fino a 10 metastasi cerebrali.

 

A verificarne per la prima volta al mondo i risultati è stato uno studio avviato nel 2017 presso l’Ircss Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. Il team di ricerca, guidato da Filippo Alongi, direttore dell’Unità operativa complessa di radioterapia oncologica e professore associato all’Università di Brescia, ha trattato 381 metastasi encefaliche in 64 pazienti. Ad una prima visita di controllo a distanza di due mesi, nel 99% dei casi si è manifestato un arresto della progressione e una remissione parziale o completa di ogni metastasi trattata. Inoltre non sono stati riportati effetti collaterali significativi.

 

«Questa metodica permette di colpire in una unica seduta di tre minuti fino a dieci metastasi intracraniche contemporaneamente, in modo non invasivo, senza anestesia o bisturi», spiega Alongi. Per chi viene da un’altra regione questo rappresenta una opportunità enorme, considerando costi e problematiche logistiche che accompagnano le terapie. «Stiamo continuando il follow up dei pazienti - conclude il professore - per capire quanto a lungo nel tempo questo risultato positivo può essere garantito rispetto alle tecniche convenzionali».

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