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10.02.2019

Fane senza medico, la punta dell’iceberg

Camici bianchi:  sempre meno quelli che scelgono di fare i medici di base
Camici bianchi: sempre meno quelli che scelgono di fare i medici di base

Far arrivare un nuovo medico di famiglia a Fane si può, secondo la Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). Si può garantire la continuità assistenziale ad adulti e anziani della frazione negrarese fino a due mesi fa assistiti del dottor Francesco Arrichiello in un ambulatorio secondario chiuso a dicembre 2018. «La soluzione c’è ed è in mano all’Ulss», spiega il segretario provinciale Fimmg, Guglielmo Frapporti. «Nell’ambito delle cure primarie potrebbe rivedere le zone carenti della Valpolicella, tanto per cominciare, e fare in modo che qualche medico di famiglia possa inserirsi a Fane con un ambulatorio principale, che deve essere aperto almeno cinque giorni a settimana, o comunque con uno secondario che copra le esigenze degli assistiti rimasti senza medico di base». Così, fa sapere Frapporti, sarebbe possibile mettere a regime anche l’ambulatorio a Prun, in un immobile di proprietà comunale lasciato sgombero sempre da Arrichiello. Qui l’amministrazione Grison è riuscita a tamponare la ferita. Da metà febbraio a Prun arriverà una volta la settimana il dottor Carmine Tabacco, già operativo nel capoluogo. E altri potrebbero arrivare, spera il Comune, attirati dall’assenza di canone. «Le amministrazioni locali fanno del loro meglio», prosegue Frapporti, «ma da sole possono poco se la sanità del territorio non è una priorità politica. Le carenze non vanno affrontate con gli umori dell’emergenza, ma risolvendo i problemi di fondo». Il segretario Fimmg Verona spiega che in primavera l’Ulss 9 pubblicherà un nuovo elenco delle zone carenti, stilate in base al numero di abitanti: rimarrà in vigore tutto l’anno, definendo per i medici inseriti nella graduatoria regionale i comuni in cui possono aprire l’ambulatorio principale. Sarebbe un’occasione preziosa per Fane. «L’Ulss potrebbe dire: voglio un medico lì. Sarà importante che Negrar e la Valpolicella si giochino bene questa carta. Sarà possibile, però, solo potenziando il filo diretto tra gli amministratori dei Comuni, che conoscono le loro comunità ed eventuali punti critici, e la direzione dell’ Ulss, che deve riguadagnare autonomia nella programmazione territoriale». Frapporti propone di riprendere la delibera del 2010 in cui medici di famiglia e Ulss (allora era la 22 di Bussolengo) individuarono le zone disagiate del bacino, ora confluito nel distretto 4 dell’ Ulss 9. «Fu il frutto di due anni di lavoro», continua. Nell’allegato di quella delibera firmata dall’allora dg dell’Ulss 22, Alessandro Dall’Ora, le frazioni negraresi Fane, Prun, Torbe e Montecchio vengono definite zone disagiate. E non sono le uniche, in Valpolicella: ci sono anche Mazzurega, Cavalo, Breonio e Molina (Fumane), San Giorgio e Monte (Sant’Ambrogio), San Rocco, Purano, Pezza e Mondrago (Marano). Ma la chiusura degli ambulatori in aree disagiate è la punta dell’iceberg. La spia di una situazione complessa, in cui si registra una serie di dati preoccupanti per il futuro dell’assistenza primaria, col pensionamento di parecchi medici in pochi anni e la carenza di giovani dottori che scelgono medicina generale come specialità. Con una conseguenza: migliaia di veronesi rimarranno, fra qualche anno, senza dottore. «Dei 570 medici di base oggi operativi a Verona e provincia, oltre il 60 per cento ha più di 60 anni», spiega Frapporti. «Calcolando un’età media di pensionamento a 68 anni, entro cinque anni andrà in pensione il 51 per cento ed entro 10 anni il 75 per cento». Se poi questo dato lo incrociamo con le possibilità di sostituzione con nuovi medici disponibili in graduatoria, mantenendo il rapporto di un medico ogni 1.200 cittadini previsto in Veneto (in Italia è di uno ogni mille), cosa ne esce secondo la Fimmg? «Già tra due anni 16.800 veronesi resteranno senza medico», risponde Frapporti, «tra cinque, nel 2023, gli orfani saliranno a 116mila per diventare 186mila nel 2025». «Senza cambiamenti, si dovrà aumentare il numero di assistiti in carico ai medici di famiglia, che oggi possono averne fino a 1.500», sottolinea Frapporti. «In media allo stato attuale i medici veronesi seguono 1.300 pazienti, quindi un numero superiore a quello ottimale già alto. Il carico di lavoro, già oggi molto pesante, diventerà insostenibile». Per guardare avanti con maggiore ottimismo, continua, è necessario che «la figura del medico di famiglia venga adeguata ai bisogni della collettività in un lavoro associato, organizzato e integrato con altri medici e altre professionalità per la segreteria o la parte infermieristica. Invece ancora oggi il 60 per cento dei medici veronesi lavora da solo facendo fronte alle visite in ambulatorio e domiciliari, alle decine e decine di telefonate e mail, alla compilazione di ricette e certificati, a un numero crescente di malati cronici che non vengono più curati in ospedale o malati terminali che vogliono morire a casa propria». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Camilla Madinelli
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