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17.07.2017

Arco di Boteséla,
fratello minore
del Ponte di Veja

Abitazioni tradizionali in alta Val dei Progni
Abitazioni tradizionali in alta Val dei Progni

Tutti conoscono Verona per la straordinaria bellezza del centro storico, per i suoi monumenti, le opere d’arte...

Ma se la città è uno scrigno inesauribile di tesori, non meno ricco di preziosità è l’ambiente naturale del Veronese, dalla pianura al lago e dalle colline alla montagna. Una prova? A distanza di poche decine di chilometri in linea d’aria l’uno dall’altro, vanta ben due archi naturali di dimensioni eccezionali.

Stiamo parlando del celeberrimo Ponte di Veja e del misconosciuto arco di roccia situato in località Boteséla (o Bottesella, che dir si voglia), presso Breonio.

I due monumenti naturali rientrano nel Parco naturale regionale della Lessinia e sono tutelati da particolari disposizioni. Sono tuttavia visitabili liberamente e gratuitamente, a differenza delle vicine cascate di Molina trasformate in un Parco il cui accesso è assoggettato al pagamento di un biglietto d’entrata.

In particolare oggi soffermeremo la nostra attenzione sul Ponte di Boteséla, assai meno conosciuto e ancor meno visitato (al punto da essere giudicato dagli stessi abitanti di Boteséla «ormai abbandonato») rispetto al suo ben più acclamato «fratello maggiore» del quale rappresenta una copia quasi perfetta, seppure in scala ridotta. Entrambi i due archi naturali, infatti, si sviluppano nei seguenti livelli calcarei: Rosso ammonitico nella parte centrale dell'arco e Dogger Oolitico nei piloni. Come il Ponte di Veja, anche quello di Boteséla costituiva un tempo l'architrave d'ingresso di una grande caverna carsica. Il torrente scorreva lungo il piano stradale ma, catturato da alcuni inghiottitoi carsici apertisi a monte dei ponte stesso, successivamente riuscì a passare sotto l'arcata attuale.

Quest'ultima, costituita dai resistenti calcari del Rosso ammonitico (meno solubili del sottostante Dogger Oolitico) venne così risparmiata. Il ponte è alto 29 metri, largo 21 ed è fiancheggiato da numerose grotte e doline di crollo. L'ampiezza dei piano stradale raggiunge, nel punto maggiore, i dieci metri. L'interno del pilastro portante, eroso e percorso da cunicoli e caverne, venne attrezzato con scalette e cavi d'acciaio molti decenni fa dal compianto studioso veronese Giuseppe Perin. E poiché l’abbiamo citato, merita a questo punto spendere alcune parole su questa singolare figura di studioso che tanto si è prodigato per promuovere la conoscenza dei fenomeni geologici dei Lessini e dei vicini Colli Berici.

Nato a Piacenza il 16 novembre del 1901, compiuti gli studi e presi i voti di castità, povertà e obbedienza, Perin nel primo dopoguerra si sposta nel Vicentino dove inizia la sua opera di insegnante presso il Don Calabria. Nel 1947 pubblica Scienza e poesia sui Berici, raccolta di studi, scoperte ed esperienze didattiche compiute sulle colline dell'entroterra vicentino. Trasferito a Verona alla Casa Buoni Fanciulli di San Zeno in Monte, inizia l’esplorazione sistematica della Lessinia e della collina veronese. Esplorazione che se sul piano divulgativo avrà come risultato la valorizzazione a fini didattico-ricreativi (e la conseguente attrezzatura con sentieri, scalette e corde fisse) delle cascate di Molina, del Ponte di Boteséla, della Valsorda, della Grotta Roverè 1000..., su quello scientifico gli frutterà la scoperta del castelliere di Marzana e di numerose cavità ipogee. Fratel Perin si è spento una decina di anni fa’ a Negrar, dopo una vita dedicata pressoché interamente allo studio, alla preghiera e alla divulgazione delle meraviglie della natura: con il suo entusiasmo Giuseppe Perin ha contribuito infatti a svelare a decine e decine di adolescenti i segreti della geologia e non di rado ha acceso in loro l'amore per questa scienza e quindi anche per il proprio territorio.

Eugenio Cipriani
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