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01.02.2019

Alejandro dal Venezuela con l’orrore dentro

Alejandro Vespa FOTO PECORA
Alejandro Vespa FOTO PECORA

«A lungo non sono riuscito a parlare di quanto ho vissuto in Venezuela. Ho pensato che per concentrarmi sul mio futuro dovevo mettere da parte un passato che mi ha segnato». Alejandro Vespa è arrivato a Verona nel marzo dello scorso anno e oggi vive con altri stranieri in un appartamento della rete Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, a Fumane. «Qui sto ricostruendo la mia nuova vita, la quarta», racconta Alejandro, che l’Italia non l’ha scelta a caso: il nonno era di Benevento «e se ne era andato da questo Paese per sfuggire dal Fascismo. Io ci sono tornato, per sfuggire dal Comunismo». Nella sua prima vita, Alejandro appartenevano alla classe media venezuelana: la famiglia abitava a Valencia, prima città industriale del Paese e aveva salari buoni, sufficienti per far studiare il figlio, laureato in Relazioni industriali. «Negli anni dell’Università militavo in Azione democratica», ricorda, «e proprio in quel periodo ci fu l’ascesa di Chavez». Erano i primi del Duemila e il Venezuela regalava ancora opportunità ai suoi abitanti e a chi veniva da fuori. «Finita l’università e abbandonata la militanza, ho avviato una mia attività come trasportatore di materiale edile. Andava bene, anche se iniziavo a vedere i primi cambiamenti: i disoccupati che si riunivano in cooperative che venivano pagate dallo Stato e che nel tempo sarebbero diventate il braccio armato del presidente». L’attività di Alejandro intanto cresceva, era diventata fornitrice di aziende del settore edile di tutto il Venezuela, «un lavoro che mi aveva permesso di girare il Paese, di conoscerne tutti gli angoli, innamorandomi ancor più profondamente della mia terra». Una terra che però cambiava: «Giravano armi, c’erano rapine, omicidi, mancava la sicurezza, quella che qui in Italia si dà per scontata in quegli anni in Venezuela mancava: in qualsiasi strada e in qualsiasi momento, senza motivo, potevi essere ucciso con un colpo di pistola. Nel giro di poco tempo, un paradiso era stato trasformato in un inferno». Alejandro ne fu coinvolto direttamente: nell’ottobre del 2010 gli fu espropriata l’azienda, nazionalizzata, come accadeva in quegli anni a parecchie imprese. «Lo Stato mi aveva lasciato con parecchi debiti, costretto a vendere tutto quello che avevo: solo cinque anni sono stato risarcito, con una cifra irrisoria perché nel frattempo la moneta locale aveva perso molto valore». Alejandro non si perse d’animo e nel giro di pochi mesi aprì una nuova attività. Però la rabbia per quello che aveva dovuto subire gli era rimasta dentro. «Sentivo il bisogno di fare qualcosa: per me e per il mio popolo». La svolta è arrivata frequentando gli ambienti universitari, dove nel 2014 Alejandro è tornato per ottenere diplomi post laurea: prima in Public management, poi in Docenza, per poter insegnare agli adulti, e infine in Diritti umani. Un percorso non casuale, negli anni nei quali era salito al potere Maduro, delfino di Chavez. «Ho avuto l’opportunità di fare da tutor a degli studenti, accompagnandoli nelle strade e nei quartieri per spiegare al popolo i loro diritti, che in quel momento lo Stato calpestava». Ad Alejandro si illuminano gli occhi quando ricorda quelle giornate. «Grazie alle mie parole, la gente si rendeva conto di essere stata privata dei diritti fondamentali, come l’acqua da bere, le medicine per curarsi. Mi credevano, iniziavano a ragionare con la loro testa». E di diritti Alejandro parlava anche sulle sue pagine social dove era seguito da sempre più venezuelani. E questo rappresentò un problema per lo Stato. All’inizio del 2017, partecipando a una manifestazione, venne arrestato e portato per cinque giorni in carcere, «in una cella di due metri per uno, piena di escrementi, senza acqua né cibo». Una volta uscito, «perché non avevo commesso nessun reato», ritornò subito alla militanza «perché quella era la mia missione». E nel giro di pochi mesi, alla fine di quello stesso anno, un nuovo arresto, ancora prigione, questa volta per due mesi. «Un periodo duro nel quale ho visto cose terribile, delle quali preferisco non parlare», ammette. Tornato a casa, arrivarono le minacce: «O te ne vai nel giro di una settimana o torni in galera», gli dissero. «In pochi giorni ho organizzato il viaggio: ho scelto l’Italia dove ci sono le mie radici, e Verona, dove avevo dei contatti». Ed ecco l’inizio della quarta vita di Alejandro. «Ho ottenuto il permesso di soggiorno per richiesta di protezione internazionale, sono tornato a studiare, sto facendo dei lavori per mantenermi. Guardo al futuro ma dal passato è impossibile separarsi». •

Francesca Lorandi
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