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31.01.2018

Sul Fungo di Camposilvano un lampione a led

Un lampione a batteria solare deturpa il Sengio dell’Orco, conosciuto come Fungo di Camposilvano
Un lampione a batteria solare deturpa il Sengio dell’Orco, conosciuto come Fungo di Camposilvano

Vittorio Zambaldo È stato sfregiato da un’idea insana il Sengio dell’Orco, più conosciuto come il Fungo di Camposilvano, monumento naturale all’ingresso della Parco della Lessinia in una delle zone più belle e a maggior tutela come la Valle delle Sfingi. Qualcuno ha pensato di attrezzare la grande pietra, modellata da milioni di anni di erosione, con un lampione a energia solare, innestando al vertice del monumento un palo in acciaio alto circa un metro con faro a led e pannellino solare per la carica. Di giorno è un obbrobrio e di notte è inutile perché non fa vedere nulla se non una semplice luce, come di uno che si puntasse una torcia elettrica sui piedi: se la buona intenzione era quella di illuminare uno dei simboli più fotografati della Lessinia, sarebbe bastato collocare il lampione nel prato e puntare il faro sul Sengio dell’Orco, ammesso che questo sia l’effetto desiderato da migliaia di appassionati della Lessinia, della sua natura e del suo paesaggio e di un cielo stellato sempre più cancellato da luci artificiali. Ma chi ha avuto la pensata? Il sindaco Mario Varalta non si capisce se sia più inorridito o arrabbiato, ed è senza parole: «In Comune non è arrivata nessuna richiesta di autorizzazione. Appena l’ho saputo ha mandato il responsabile dell’Ufficio tecnico in sopralluogo: ha redatto un verbale e spedito tutto alla Comunità montana che ha la competenza in materia di beni ambientali e di paesaggio per il territorio. Da quel che mi risulta, la pietra è stata anche forata per il fissaggio del lampione e qualcuno adesso dovrà risponderne. Noi sindaci, comunque, pur avendo responsabilità sui territori amministrati siamo gli ultimi a essere interpellati e pare che non sia più di moda chiedere autorizzazioni per quello che si fa. Ci battiamo per far rispettare la legge, cerchiamo di venire incontro a chi ha esigenze per vivere e lavorare in Lessinia e poi ci troviamo a dover far i conti con chi si permette simili brutture», dice. Diego Lonardoni, direttore del Parco della Lessinia, conferma che il Sengio dell’Orco è all’interno dell’area protetta e che ogni intervento avrebbe dovuto essere prima richiestoe e approvato: «Al protocollo non risulta invece nulla, né una domanda di intervento né alcuna autorizzazione per interventi di quel genere o di altro tipo. Abbiamo sentito i proprietari dei mappali su cui si trova il Sengio e stiamo facendo le nostre verifiche», precisa il direttore. Anche il proprietario dell’area casca dalle nuvole: «Ho già fatto denuncia ai carabinieri e denunciato il fatto anche al Parco, mi hanno assicurato che quanto prima provvederanno alla rimozione del lampione». Alessandro Anderloni, regista di Velo, cita in un post sulla sua pagina Facebook Attilio Benetti, il patriarca della Lessinia, memoria storica di tanta tradizione orale salvata dalla rovina, il quale attorno al Sengio aveva raccolto tante delle sue storie: «Narrava che le fade del Cóvolo degli Storti, non trovando appigli ai quali appendere la corda per distendere la loro lissia, il bucato, chiesero a un forzuto orco che passava di lì di aiutarle. L’orco andò a prendere due grossi blocchi di pietra nelle Preàre della Ciùsa e li collocò uno sul fianco destro e l’altro sul sinistro del Vajo del Brutto. Uno, appunto, è il famoso Fungo dove le fade poi pensarono bene di imprigionare l’orco che le aveva aiutate, costringendolo a vivere sotto quel sasso da dove, di tanto in tanto, con la sua mano pelosa afferra le gambe di qualcuno, lo porta nella sua tana, lo ingrassa e dopo lo mangia. Ora, una preghiera all’Orco del Sengio: se mai passasse di lì chi ha piantato sul tuo Fungo un lampione, ci faresti la cortesia di tirarlo dentro la tua tana?». •

Vittorio Zambaldo
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