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29.07.2018

Lussìa che tutta la storia se la porta via

«Lussìa», il nuovo spettacolo di Alessandro Anderloni interpretato da Le Falìe
«Lussìa», il nuovo spettacolo di Alessandro Anderloni interpretato da Le Falìe

Vittorio Zambaldo È la fine di una storia, della storia della nostra civiltà contadina. Questo è Lùssia, ultima commedia scritta e diretta da Alessandro Anderloni e interpretata da Le Falìe, una piece che ha poco di nostalgico, anche se l’insistenza su cui il regista di Velo calca toni e colori sembra lodare un tempo che fu. In realtà non c’è nulla di retorico in una famiglia retta ancora sul modello patriarcale, o meglio matriarcale, perché è la zia Eufrasia, ottantenne zitella, a dirigere dalla sua «sedia gestatoria» ogni movimento della casa, scontentando tutti, dalla cognata Amelia, sposa del patriarca Galdino, ai tre nipoti e alle loro mogli. Un modello che era comune in un’economia di sussistenza in cui la divisione della proprietà avrebbe significato la morte per tutti: ma gli sconvolgimenti del secondo dopoguerra porteranno alla fine di questa e altre tradizioni millenarie. La trama si sviluppa attorno alla festa di santa Lucia (Lùssia), la santa dei doni per i bambini e del disincanto per i grandi, ma alla fine i sogni finiranno per tutti in una famiglia che si regge su due colonne: «i schei e i fioi» (soldi e figli). Chi non ha né gli uni né gli altri, è un fallito per questo sistema che si regge sull’economia delle braccia. E quando l’astuto di turno, il rigattiere «foresto», usa il cervello per farsi regalare i vecchi e preziosi mobili in noce, in cambio di un arredamento moderno e laminato in fòrmica, si sgretola la forza delle braccia davanti a un pizzico di furbizia, la stessa che farà piazza pulita di vecchie carte e antiche consuetudini: la tavola, su cui metaforicamente è scritta la storia di fame e di fatica della famiglia e del paese, sarà l’ultima a essere ceduta perché la sua scomparsa rappresenta davvero il crollo dell’elemento unitario centrale di tutta la casa. I bambini assieme a santa Lùssia e a Bianca, la moglie-schiava di casa perché ancora senza figli, sono i protagonisti inconsapevoli del cambiamento: le letterine per i doni sono il passaggio obbligato per averli, ma anche la denuncia di un mondo che non funziona più così, come traspare dall’inquietudine della piccola Lucia che vuol sapere, fa le domande che non hanno risposta e alla fine mostra nel dubbio la strada che sarà. Un discorso a parte merita la straordinaria interpretazione di Nunzia Spica, la santa, siciliana come la martire siracusana, e per la prima volta sul palcoscenico: un’altra delle scoperte sorprendenti di Anderloni che esalta l’anima nascosta dei suoi personaggi immaginari in persone vere in carne e ossa. Lo stretto dialetto siculo, il piglio decisionista nel cambio di interpretazione fra la santa vagabonda con una gerla di doni in spalla e il ruolo di Bianca da schiava a liberata nella seconda parte della commedia sono il risultato non solo di un’idea coltivata e accompagnata dal regista, ma anche dell’intuito di affidarla a un personaggio che avrebbe potuto trasformare tutto in burla e invece ha portato a termine con maestria la tragedia. ANCORA UNA VOLTA Anderloni è maestro del teatro popolare che respira alimentandosi a spunti reali: vera è la mezza cassette di mele, un paio di «savate» e una giacca dismessa in cambio di un mobile antico intarsiato; vero è il falò di carte antiche scritte in cimbro, patrimonio dei Tredici Comuni i cui capifamiglia rappresentanti si riunivano nella casa di famiglia del regista, come raccontava Attilio Benetti. Tutti spunti reali raccolti da interviste ed entrati nel racconto come elementi, purtroppo creduti paradossali. «Lussìa è il nostro dodicesime spettacolo dal 1993 quando abbiamo cominciato a portare il paese in scena», precisa Anderloni, «e sono tutte storie che hanno a che fare con il vissuto, non per nostalgia ma per capire il presente e far uscire da teatro lo spettatore con il pensiero a quello che eravamo. Con questa commedia ho voluto cogliere il momento critico fra gli anni Cinquanta e Sessanta in cui i giocattoli di legno costruiti dai nonni o dai genitori diventano giocatoli di latta o elettrici, in cui il dialogo del filò si spegne perché si accende la televisione. Non è colpa di nessuno perché la storia non si sarebbe potuta cambiare, ma abbiamo voluto raccontarlo, scrivendo in commedia la fine della storia e della poesia». •

Vittorio Zambaldo
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